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Natalia Ginzburg | Italian

Estate

Rimasi lontana dai miei figli per un certo tempo. Erano al mare con mia sorella e mia madre, io ero in città, mia madre era arrabbiata con me perché non mi facevo vedere e scrivevo di rado. Adducevo impegni di lavoro, in verità inesistenti. Abitavo in una pensione dove c’era una portinaia che puzzava, l’odore del suo corpo e del suo vestito s’erano alzati con grande violenza nelle giornate calde. Andavo ogni giorno in ufficio ma lavoravo poco, piú che altro andavo in ufficio per fingere d’essere un uomo, ero stanca d’essere una donna. Ciascuno si diverte a sostenere una parte non sua per un certo tempo, io giocavo ad essere un uomo, sedevo al grande tavolo lurido dell’ufficio e mangiavo in un’osteria, oziavo per le strade e nei caffè con amici ed amiche, rientravo tardi la sera. Mi stupivo a pensare com’era stata diversa la mia vita una volta, quando cullavo i miei bambini e cucinavo e lavavo, pensavo come c’è sempre tanti modi di vivere, e ognuno può fare di se stesso esseri sempre nuovi, magari anche nemici l’uno all’altro. Ma poi anche quella parte che recitavo finì con l’annoiarmi, seguitavo a fare la stessa vita senza più provarci alcun piacere. Ma al mare da mia madre non volevo andare, volevo star lontana dai bambini e star sola: mi pareva che non potevo mostrarmi ai bambini cosí com’ero adesso, con quella ripugnanza nel cuore, mi pareva che avrei avuto ripugnanza anche di loro se li avessi veduti. Tante volte pensavo che era come gli elefanti che si nascondono per morire. Si nascondono per morire, cercano lungamente nella giungla un luogo riparato e folto d’alberi, per nascondervi la vergogna del loro grande corpo stanco che muore. Era estate, l’estate era calda, avvampante nella grande città, e quando percorrevo in bicicletta il viale asfaltato sotto gli alberi, un senso di repulsione e d’amore insieme mi contraeva il cuore per ogni strada, per ogni casa di quella città, e nascevano ricordi di varia natura, scottanti come il sole, mentre fuggivo scampanellando. Giovanna mi aspettava in un caffè: la sera quando uscivo dall’ufficio, e io sedevo al tavolo al suo fianco, le mostravo le lettere di mia madre. Lei lo sapeva che volevo morire, e per questo non avevamo piú molte cose da dirci, ma stavamo sedute una davanti all’altra a fumare, soffiando via il fumo dalle labbra chiuse. Io volevo morire per un uomo, ma poi anche per tante altre cose, perché dovevo del denaro a mia madre, e perché la portinaia della pensione puzzava, e perché l’estate era calda, avvampante, nella città piena di ricordi e di strade, e perché pensavo che cosí com’ero non potevo giovare a nessuno.

I miei figli cosí come un giorno avevano perduto il padre, avrebbero perduto anche la madre ma non aveva una grande importanza, perché la ripugnanza e la vergogna ci assalgono a un certo istante della nostra vita, e nessuno ha il potere di aiutarci allora. Fu nel pomeriggio di una domenica, avevo comperato del sonnifero in una farmacia. Camminai tutto il giorno nella città vuota, pensando a me e ai miei figli. A poco a poco andavo perdendo coscienza della loro età infantile, il timbro delle loro voci puerili s’era spento dentro di me; dissi loro ogni cosa, del sonnifero e degli elefanti, della portinaia della pensione e di quello che dovevan fare da uomini, come dovevan fare per difendersi da quello che avviene. Ma ad un tratto li rividi come Ii avevo visti l’ultima volta, seduti in terra a giocare ai birilli. E l’eco dei pensieri e delle parole mi risuonò nel silenzio, restai stupita a guardare com’ero sola, sola e libera nella città vuota, col potere di fare a me stessa tutto il male che avessi voluto. Rientrai e presi il sonnifero, sciolsi tutte le pastiglie del tubetto in un bicchiere di acqua, non capivo bene se volevo dormire molto a lungo o morire. Al mattino venne la portinaia della pensione, mi trovò che dormivo e dopo un poco andò a chiamare un medico. Rimasi a letto una settimana, e Giovanna veniva ogni giorno e mi portava degli aranci e del ghiaccio. Io le dicevo che non deve vivere chi gli è nata una ripugnanza nel cuore, e lei fumava zitta e mi guardava, soffiando via il fumo dalle labbra chiuse. Venivano anche altri amici, e ognuno mi diceva il suo pensiero, ognuno mi voleva insegnare cosa dovevo fare adesso. Ma io dicevo che non deve vivere chi gli è nata una ripugnanza nel cuore. Giovanna mi disse di andarmene da quella pensione e di andare a stare da lei. Viveva sola con una ragazza danese che girava scalza per le stanze. Adesso non avevo piú voglia di morire, ma non avevo voglia neppure di vivere, e oziavo in ufficio o per le strade, con amici ed amiche, persone che volevano insegnarmi in che modo mi dovevo salvare. Giovanna s’infilava al mattino un accappatoio color prugna, si scostava i capelli dalla fronte e mi gettava uno sdegnoso saluto. Al mattino la ragazza danese entrava in camera scalza, e si metteva a scrivere a macchina tutti i sogni che aveva fatto. Una notte sognò che prendeva una scure e ammazzava suo padre e sua madre. Eppure lei voleva molto bene a suo padre e a sua madre. L’aspettavano a Copenaghen ma lei non voleva tornare, perché diceva che dobbiamo vivere lontani dalle nostre radici. Ci leggeva ad alta voce le lettere di sua madre. Giovanna sua madre era morta e lei era arrivata troppo tardi per vederla morire, quando viveva s’erano provate inutilmente a discorrere insieme. Io dicevo che la madre serve soltanto ai bambini quando sono piccoli, per allattati e cullarli, ma dopo non serve piú a niente e ci si prova invano a parlare. Non si possono dire nemmeno le cose piú semplici, e allora come può venire in aiuto? è anzi un peso quel silenzio che nasce quando si prova a discorrere insieme. Dicevo che io ai miei figli non gli servivo piú a niente, perché ormai non avevano piú bisogno d’essere allattati e cullati, ragazzetti con le ginocchia sudice e le toppe ai calzoni, e neppure erano abbastanza grandi perché si potesse provare a discorrere insieme. Ma Giovanna diceva che c’è un solo modo bello di vivere, ed è salire in treno e partire per qualche paese lontano, magari di notte. Aveva in casa tutto quello che occorre per andare in viaggio, aveva tanti thermos e tante valige di tutte le sorte, e perfino un sacchetto per vomitare quando si va in aeroplano. La ragazza danese mi diceva che dovevo scrivere i sogni, perché i sogni ci dicono quello che dobbiamo fare, e mi diceva che dovevo ripensare alla mia infanzia e parlarne, perché nella nostra infanzia è nascosto il segreto di quello che noi siamo. Ma la mia infanzia mi sembrava ormai cosí remota e lantana, e remoto il volto di mia madre, ed ero stanca di pensare tanto a me stessa, avevo voglia di guardare gli altri e capire com’ero. Cosí ripresi a guardare la gente mentre oziavo nei caffè e per le strade, uomini e donne con i loro figli, forse qualcuno aveva avuto una volta quella ripugnanza nel cuore, poi era passato il tempo e l’aveva dimenticato. Forse qualcuno aveva aspettato inutilmente una volta sull’angolo d’una strada, a qualcuno aveva camminato per tutto un giorno in silenzio nella città polverosa, o qualcuno guardava il volto di un morto e gli chiedeva perdono. Un giorno ricevetti una lettera di mia madre, che mi diceva che i bambini avevano la scarlattina. Allora l’antica angoscia materna mi paralizzò il cuore. Presi il treno e partii. Giovanna venne con me alla stazione, e fiutava con desiderio l’odore dei treni, scostandosi i capelli dalla fronte col suo sorriso sdegnoso.

Con la fronte apoggiata al vetro io guardavo la città allontanarsi, priva d’ogni malefico potere ormai, fredda ed innocua come la brace spenta. L’antica nota angoscia materna tumultuava dentro di me col fragore del treno, travolgendo come un turbine la ragazza danese, Giovanna, la portinaia della pensione, il sonnifero e gli elefanti, mentre mi domandavo con meraviglia come avessi potuto interessarmi di cose tanto futili per tutta un’estate.


* Natalia Ginzburg, Cinque romanzi brevi e altri racconti, Einaudi, 2005. 

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