Il gioco segreto

Sulla piazza era sempre ferma una buffa e antiquata carrozza da nolo che nessuno mai noleggiava. Il cocchiere assopito si scuoteva ogni tanto al rintoccare delle ore dal campanile e poi riabbassava il mento sul petto. Nell’angolo, presso il palazzo giallo sbiadito del Municipio, c’era una fontana nella quale un filo d’acqua colava da una strana faccia di marmo. Capelli grossi e cilindrici si torcevano come serpi intorno a questa faccia e gli occhi sporgenti e senza pupille avevano uno sguardo morto.

Da quasi tre secoli un palazzo sorgeva sulla parete opposta, di fronte al Municipio. Era una casa patrizia in rovina, una volta pomposa, ora disfatta e squallida. La facciata carica di ornamenti, resa grigia dal tempo, mostrava i segni dello sfacelo. I putti librati a guardia della soglia erano corrosi e sudici, i festoni di marmo perdevano i fiori e le foglie e il portale chiuso mostrava macchie di muffa. Pure, la casa era abitata; ma i proprietari, eredi di un nome illustre e decaduto, si mostravano di rado. Solo qualche volta ricevevano in visita il prete o il medico, e, ad intervalli di anni, parenti piovuti da lontane città, che ripartivano presto.

Nell’interno del palazzo si seguivano grandi sale vuote in cui, nei ventosi giorni di tempesta, entravano dai vetri rotti mulinando la polvere e la pioggia. Dalle pareti pendevano lembi strappati di tappezzerie, avanzi di arazzi logori, e nei soffitti, fra nuvole gonfie e smaglianti, navigavano cigni e angioli nudi, e donne splendide si affacciavano entro ghirlande di fiori e di frutti. Alcune sale erano affrescate di avventure e di storie, e vi abitavano popoli regali, che montavano cammelli o giocavano in folti giardini, fra scimmie e falchi.

La casa guardava su due lati in vie spopolate ed anguste e sul terzo in un giardino chiuso, una specie di prigione dall’alta muraglia in cui intristivano poche piante di lauro e di arancio. Per l’assenza del giardiniere, Il gioco segreto ortiche selvagge avevano invaso quel breve spazio, e sui muri nascevano erbe dai fiori azzurrastri e patiti.

La famiglia dei Marchesi, proprietaria del palazzo, lasciava disabitate quasi tutte le stanze, e si era ridotta in un piccolo appartamento al secondo piano, fornito di mobili vetusti, da cui si udiva, nel silenzio della notte, il lamento fievole dei tarli. La marchese e il marchese, di aspetto insignificante e meschino, avevano nei tratti quella triste somiglianza che sopravviene talvolta per mimetismo dopo una convivenza di anni. Magri ed appassiti, con le labbra pallide e le guance spioventi, si muovevano con gesti simili a quelli delle marionette. Forse fluiva nelle loro vene, al posto del sangue, una sostanza pigra e gialliccia, e un’unica forza reggeva i loro fili, l’autorità per l’una, e la paura per l’altro. Infatti il marchese era stato un tempo un nobile di provincia spensierato e gioviale, preoccupato soltanto di dar fondo in qualche modo agli ultimi resti del patrimonio. Ma la marchesa lo aveva educato. L’umanità ideale, nel concetto di lei, doveva guardarsi dal ridere e dal parlare a voce alta, e soprattutto doveva scrupolosamente nascondere agli altri le proprie debolezze segrete. Secondo i suoi dettami, era delitto torcer le labbra, agitarsi, soffiarsi il naso con energia; e il marchese, timoroso di deviare nei gesti e rumori illeciti, evitava da tempo qualsiasi gesto e rumore, riducendosi a una specie di mummia dagli occhi mansueti e dalla testa china. Tuttavia non evitava le strapazzate e i rimbrotti. Educatissima e pungente, ella lo colpiva spesso con rimproveri diretti, o con allusioni a certi personaggi innominati, degni solo d’infamia. Costoro, diceva, ignari della loro stessa volontà, ed incapaci di educare i propri figli, trascinerebbero la casa alla rovina, se la Grazia non li avesse forniti di una Moglie. E l’uomo sopportava senza batter palpebra tali torture, fino all’ora in cui, con in tasca i pochi spiccioli concessi dall’Amministratrice severa, usciva per il passeggio. Forse nella solitudine delle straducole campestri, si abbandonava a gesti eccessivi, a cavatine, e a tuonanti soffiate di naso; certo, quando tornava, aveva una strana luce negli occhi e questa rivelazione involontaria di un suo divertente e maleducato mondo interiore destava sospetti nella marchesa. Per tutta la sera ella lo incalzava con domande sempre più avvilenti e raffinate allo scopo di strappargli rivelazioni compromettenti. E il poveretto col tossicchiare, il balbettare e l’arrossire si comprometteva sempre più, così che la marchesa iniziò uno scrupoloso e rigido controllo sul marito, e decise spesso di accompagnarlo al passeggio. Egli, rassegnato, si sottomise; ma la fiamma nei suoi occhietti divenne ossessionante e fissa, e non più di allegria.

Da tali genitori erano nati i tre fanciulli; e per loro, nei primi anni, il mondo era fatto a immagine e somiglianza di essi. Gli altri personaggi del paese non erano che parvenze vaghe, mocciosi antipatici e maligni, donne dalle pesanti calze nere e dai capelli lunghi e oleosi, vecchi religiosi e tristi. Tutte queste parvenze malvestite erravano sui brevi ponti, nelle viuzze e nella piazza. I tre fanciulli odiavano il paese; quando uscivano in fila, con l’unico servo, passando di striscio lungo i muri, avevano sguardi biechi e sprezzanti. I ragazzi del luogo se ne vendicavano beffandoli e destando in loro un cupo terrore.

Il servo era un uomo alto e volgare, con polsi pelosi, narici larghe e rossastre e piccoli occhi mutevoli. Egli si ripagava della soggezione in cui era tenuto dalla marchesa trattando i fanciulli come un padrone; quando li accompagnava, dondolando leggermente le anche e guardandoli dall’alto, o li richiamava con voci secche, essi tremavano per l’odio. Ma anche nella strada li seguivano le brevi ammonizioni materne; avanzavano ordinati, silenziosi ed austeri.

Quasi sempre, la passeggiata si arrestava alla chiesa, in cui si entrava fra due colonne sorrette da una coppia di leoni massicci e d’espressione tranquilla. In alto, un ampio rosone lasciava entrare nella nave una luce illividita, fresca, in cui le fiamme delle candele si agitavano vagamente. Nell’abside si vedeva un grande corpo di Cristo, dalle piaghe grondanti un sangue viola, e intorno figure che gesticolavano e si abbattevano con movimenti pesanti.

I tre fanciulli compunti si ponevano in ginocchio e giungevano le mani. Antonietta, la maggiore, quantunque avesse già compiuto i diciassette anni, aveva il corpo e l’abito di una bambina. Era magra e sgraziata, e i suoi capelli lisci, non essendo il lavarli frequente abitudine del palazzo, emanavano sempre un lieve odore di topo. Erano divisi da una scriminatura nel mezzo, e questa scriminatura, sulla nuca, si scorgeva netta, fra i capelli più corti e più fini, e ispirava la protezione e la pena. Il naso di questa ragazza era lungo, curvo e sensibile, e le sue labbra sottili palpitavano nel parlare. Nel viso pallido e scarno gli occhi si muovevano con nervosa passione, salvo in presenza della marchesa, ché allora si mantenevano opachi e bassi.

Ella portava le trecce sulle spalle e un grembiule nero così corto che, se si piegava troppo vivacemente, si scorgevano le sue mutande di tela, strette e lunghe fin quasi al ginocchio, adorne di una fettuccia rossa; il grembiule si apriva di dietro, sulla sottoveste col merletto. Le calze nere erano fermate da un semplice elastico, attorcigliato e logoro.

Pietro, il secondo, sui sedici anni, era un mansueto. Muoveva con lentezza il corpo piccolo e tozzo e gli occhi dalle luci discrete sotto le sopracciglia spesse. Aveva un sorriso buono e domestico e la sua dipendenza dagli altri due appariva al primo sguardo.

Giovanni, il minore, era il più brutto della famiglia. Il suo corpo misero, come nato vecchio, pareva già troppo avvizzito per crescere; ma i suoi occhi lucenti e mobili rassomigliavano a quelli della sorella. Dopo brevi periodi di vivacità nervosa cadeva in subite prostrazioni, a cui sopravveniva la febbre. Di lui il medico diceva: Non credo che passi il tempo dello sviluppo.

Quando la sua febbre lo coglieva, inspiegabile e bizzarra, lo percorrevano brividi simili a scosse elettriche. Sapeva che questo era il segno e aspettava, con le labbra stirate e gli occhi dilatati, l’avanzarsi del male. Per lunghi giorni gli incubi erravano intorno al suo letto in un continuo ronzio, e una noia informe gli pesava addosso, dentro un’atmosfera fumosa. Poi veniva la convalescenza ed egli, troppo debole per muoversi, si rannicchiava in una poltrona e batteva con le dita, in cadenza, i braccioli. Allora pensava. Oppure leggeva.

La marchesa, occupata nelle sue funzioni di economa, non sorvegliava troppo l’educazione e l’istruzione dei fanciulli. Le bastava che tacessero e non si muovessero. Giovanni ebbe così modo di leggere strani libri scovati qua e là, in cui si agitavano personaggi in abiti non mai visti: ampio cappello, giustacuore di velluto, spade e parrucche, e per le dame, vesti fantastiche, adorne di gemme, e reti intessute d’oro.

Tali esseri parlavano un linguaggio alato, che sapeva toccare altezze e precipizi, dolce nell’amore, feroce nell’ira e vivevano avventure e sogni su cui il fanciullo fantasticava lungamente. Egli partecipò ai fratelli la sua scoperta e, tutti e tre, credettero di identificare le persone dei libri con le figure che popolavano i muri e i soffitti del palazzo e che, vive da tempo in loro, ma nascoste nei sotterranei della loro infanzia, ora tornavano alla luce. Presto vi fu tra i fratelli un’intesa nascosta. Quando nessuno poteva udirli, essi parlavano delle loro creature, le smontavano e le ricostruivano, ne discutevano fino a farle vivere e respirare in loro. Odii e amori profondi li legarono a questa e a quella, e spesso avveniva che la notte i tre rimanessero desti per dialogare fra loro con quelle parole. Antonietta dormiva da sola in uno stanzino comunicante con la camera dei fratelli; la camera dei genitori era separata dalla loro da una vasta sala, parlatorio o tinello. Nessuno dunque li udiva se, ciascuno dal suo letto, dialogavano, impersonando le figure amate.

Erano discorsi deliziosi e nuovi.

– Leblanc, cavaliere Leblanc, – bisbigliava dal letto di destra la voce un po’ rauca di Giovanni, – avete affilato le lucenti spade per il duello? L’alba sanguinosa sorgerà ben presto, e voi sapete, cavaliere, che il fiero Lord Arturo non conosce umana pietà né trema dinanzi alla morte.

– Ahimè, fratel mio, – gemeva la voce lamentevole d’Antonietta, – già già sono apprestate le candide bende e i profumati unguenti. Voglia il Cielo che essi servano ad ungere il cadavere del vostro nemico.

– L’alba sanguigna, l’alba sanguigna, – borbottava Pietro, meno ricco di fantasia e sempre un po’ sonnolento. Ma Giovanni lo interrompeva subito, suggerendogli le parole:

– Tu, – diceva, – devi rispondere che impavido affronterai il pericolo e che non sarà un conte Arturo colui che potrà farti arretrare né peraltro un tal uomo è ancor nato.

Fu così che i tre fanciulli scoprirono il teatro.

I loro personaggi uscirono del tutto dalla nebbia dell’invenzione, con suono d’armi e fruscio di vesti. Acquistarono un corpo di carne ed una voce, e per i fanciulli cominciò una doppia vita. Appena la marchesa si ritirava nella sua camera, il servo in cucina, e il marchese usciva per la sua passeggiata, ciascuno dei tre si trasformava nella propria parte. Col cuore balzante, Antonietta chiudeva i due battenti dell’uscio, e diventava la Principessa Isabella; Roberto, innamorato di Isabella, era impersonato da Giovanni. Soltanto Pietro non aveva una parte determinata, figurando ora il rivale, ora il servo, ora il capitano di un bastimento. Così viva era la forza della finzione, che ciascuno dimenticava la propria persona reale; spesso, nelle lunghe sedute di noia sorvegliate dalla marchesa, quel meraviglioso segreto troppo compresso sprizzava da loro in occhiate furtive e brillanti: «Più tardi, – significavano, – faremo il gioco». La sera, al buio, le creature del gioco popolavano la loro solitudine, sotto le lenzuola, e gli avvenimenti che si sarebbero svolti domani prendevano forma; essi ne sorridevano fra sé, oppure, se la scena era violenta o tragica, stringevano il pugno.

In primavera, anche il giardinocarcere acquistava una vita fittizia. Nell’angolo assolato il gatto striato di rosso fremeva lungamente chiudendo gli occhi verdastri. Strani odori subitanei e viventi parevano scoppiare qua e là, da un cespuglio o da un cumulo di terra. Fiori ammalati d’ombra si aprivano e cadevano in silenzio, e i petali macerati si accumulavano fra i sassi; gli odori attiravano farfalle pigre, che lasciavano cadere il polline.

A sera, scendevano spesso piogge tiepide e sorde, e inumidivano appena la terra. Succedeva a queste un vento basso, grave anch’esso di odori che vagavano attraverso la notte. Il marchese e la marchesa, dopo colazione, si addormentavano sulla sedia; i dialoghi dei paesani, al tramonto, parevano complotti.

Il gioco segreto era diventato una specie di congiura, che si svolgeva in un pianeta favoloso e lontano, noto soltanto ai tre fratelli. Presi dall’incantamento, essi non dormivano la notte per ripensarlo. Una notte la veglia fu più lunga; Isabella e Roberto, gli amanti contrastati, dovevano accordarsi per una fuga, e i fanciulli smaniavano nei loro letti per riflettere e risolversi in tali circostanze gravi. Finalmente i due maschi si assopirono, e i volti dei personaggi inventati vaneggiarono un poco sotto le loro palpebre, fra accensioni e oscurità, finché si spensero.

Ma Antonietta non riuscì a dormire. A volte le pareva di udire un lagno rauco e lungo nella notte, e tendeva l’orecchio, all’erta. A volte rumori strani nelle soffitte rompevano con un sussulto la commedia che ella continuava a vivere nell’inventarla, col capo sotto il lenzuolo. Infine scese dal letto; entrò cauta nella camera dei fratelli e li chiamò a voce bassa.

Giovanni, che aveva il sonno leggero, balzò a sedere sul letto. La sorella aveva indossato sulla camicia da notte, che le arrivava appena al ginocchio, un logoro cappottino di lana nera. I suoi capelli lisci, non molto fitti né lunghi, erano sciolti, i suoi occhi brillavano fra oblique ombre nere al lume di una candela che ella teneva stretta fra le due mani.

– Sveglia Pietro, – disse curvandosi sul letto del fratello con una sollecitudine impaziente e febbrile. In quel momento nel letto vicino Pietro si scuoteva e schiudeva gli occhi insonnoliti. – È per il gioco, – ella spiegò.

Pigramente, piuttosto di malavoglia, Pietro si rizzò sul gomito: ambedue i ragazzi guardavano la sorella, il maggiore con aria distratta e inebetita, l’altro, già curioso, sporgendo il volto dai tratti vecchi e puerili verso la fiamma.

– È accaduto, – cominciò Antonietta con fervore frettoloso, come chi parli di un evento improvviso e grave, – che durante la partita di caccia Roberto ha scritto un biglietto e lo ha nascosto nel cavo di un tronco. Il levriere di Isabella per un miracolo corre a quel tronco e torna col biglietto in bocca. «Fingi di smarrirti», c’è scritto, «e trovati appena fa buio nel bosco che circonda il castello di Challant. Di là fuggiremo». Così, mentre tutti inseguono la volpe, io scappo e incontro Roberto. E il vento soffia, e lui mi fa salire sul suo cavallo, e fuggiamo nella notte. Ma i cavalieri si accorgono della nostra assenza e ci inseguono suonando le trombe.

– Facciamo che li trovano? – chiese Giovanni con gli occhi mobili e curiosi nella luce rossastra.

La sorella non poteva rimaner ferma, gestiva con ambedue le mani, così che la fiamma della candela oscillava in un disordine di esili baleni e di ombre enormi:

– Non si sa ancora, – rispose. – Perché, – aggiunse con un ridere misterioso e trionfante, – noi ora andiamo nella sala della caccia a fare il gioco.

– Nella sala della caccia! Non è possibile! – disse Pietro scuotendo il capo. – Tu scherzi! Di notte! Ci udiranno e ci scopriranno. Così tutto sarà finito –. Ma gli altri due gli furono contro indignati:

– Non ti vergogni? – dissero. – Che paura!

In un deciso tentativo di ribellione, Pietro si distese nuovamente nel letto:

– Io non vengo, no, – disse. Antonietta allora diventò supplichevole:

– Non rovinare tutto, – pregò, – tu devi fare i cacciatori e le trombe –. In tal modo vinse l’ultima resistenza di Pietro che si risolvette ad alzarsi. Egli indossava, come il fratello, una consunta camicia di flanella su cui si infilò i pantaloni corti. Antonietta aperse con circospezione l’uscio che dava sulla scala: – Prendete anche la vostra candela, – avvertì a voce bassissima, – non ci sono lampade, là.

E i tre si avviarono, in fila, per la scala piuttosto stretta di marmo sudicio e opaco. La «sala della caccia», era al primo piano, subito dopo la gradinata. Era una delle stanze più vaste del palazzo e l’abbandono che rendeva squallide le altre stanze qui era animato dagli ampi scenari affrescati sulle pareti e sul soffitto. Rappresentavano scene di caccia, contro un paesaggio rupestre su cui crescevano alberi irti ed oscuri. Una moltitudine di levrieri, col muso in avanti e tese le zampe posteriori, correva dovunque in rapida fuga, mentre i cavalli balzavano in alto o procedevano solenni, nelle loro gualdrappe rosse e dorate. I cacciatori in abiti bizzarri di sete e velluti, squamati come la pelle dei pesci, con cappelli alti dalle lunghe piume o tricorni verdi, camminavano o marciavano dando fiato alle trombe. Lunghi nastri pendevano sventolando dalle trombe, drappi gialli e rossi sbattevano sul cielo ormai torbido, e dalla rupe spuntavano piante dalle foglie aguzze, e fiori aperti e rigidi, simili a pietre. Tutto questo era ingoiato dall’oscurità. Le candele, con le loro luci esigue per la vastità della sala, scoprivano qua e là i colori vivi delle selle o i dorsi bianchi dei cavalli. Le ombre dei fanciulli oscillavano gigantesche sulle pareti con gesti ingranditi e passi da fantasma.

Essi chiusero gli usci. Il dramma incominciò.

Il silenzio della notte era enorme; il vento si era fermato affinché gli alberi del bosco non stormissero. Antonietta era in piedi presso un albero dipinto nel quale d’improvviso cominciò a correre la linfa. Uccelli addormentati ma vivi giacquero fra le foglie. E su lei per miracolo crebbe una veste lunga, di forma sontuosa e vegetale, da cui pendeva una borsa d’oro. I suoi capelli si divisero in due trecce bionde, e le sue pupille si dilatarono per il rapimento e la paura.

– Coraggio, mio bene, sono qua io, qua, vicino a te, – sussurrò l’altro, mutandosi in gagliardo cavaliere. Il suo viso tenero e faunesco si sporgeva nell’oscurità. – Roberto! – ella disse con un debole strido, – Roberto! Stringimi, amore!

Una grazia subitanea affiorava in lei. I suoi denti e i suoi occhi brillavano di grazia, nel suo collo incurvato e nelle sue labbra si annidava la grazia. Ella si piegò, poggiando sul pavimento le ginocchia nude. – Che fai, mia sposa? – egli disse. – Alzati.

Lei trasaliva. – Tu sei venuto, – sussurrò quasi gemendo, – e non è più notte, non ho più paura. Finalmente sono vicina a te! Sono come dentro una fortezza, come dentro un nido. Tu sapessi che tristezza, e come piangevo in queste notti solitarie! E tu, mio cuore, che cosa facevi in queste notti?

– Erravo, – egli disse, – sul mio cavallo, pensando al modo di rapirti. Ma non ricordare, mia diletta, il tempo della solitudine. Ora tutto è passato. Nessuna forza potrà separarci. Siamo uniti per l’eternità.

– Per l’eternità! – ella ripeté smarrita. Sorrideva con le palpebre abbassate, e sospirava e tremava. D’improvviso ebbe un sussulto, e si strinse a lui: – Non ti sembra, – disse, – di udire come un suono di tromba in lontananza?

Roberto tese l’orecchio. – Devo suonare le trombe? – interrogò Pietro accostandosi. Era la sua specialità. Egli sapeva imitare il suono degli strumenti da fiato e le voci degli animali e nel far questo le sue gote si gonfiavano in modo strambo e mostruoso.

– Sì, – bisbigliarono gli altri due.

Un suono di tromba, roco e basso, che via via diventava più vicino e squillante, si udì nel fondo. Nella foresta il vento si levò; una folata trascinò le chiome degli alberi come drappi di bandiere. I cavalli balzarono, i cavalieri si scossero sulle groppe, i falchi girarono nell’aria sibilante. I levrieri si gettarono nelle tenebre, e i cavalieri soffiando nei corni e gridando:

– Olà! Olà! – corsero innanzi fra le fiaccole che segnavano strisce e cerchi di fumo.

Isabella emise un grido, e rovesciò la testa indietro, aggrappandosi a Roberto:

– Mia Regina! – questi esclamò. – Nessuno ti strapperà da queste braccia! Lo giuro. E con questo bacio suggello il giuramento. Ora, avanzatevi! Avanzatevi, se ne avete il coraggio!

I due fanciulli si baciarono sulle labbra, Giovanni ingrandiva. Con gli zigomi arrossati e le tempie che battevano, si stringeva alla sorella. E questa, i capelli scomposti, la bocca bruciante, iniziò un ballo frenetico. – Venite, cavalieri e cavalli! – gridavano intanto. E Pietro saltava in qua e in là ondeggiando sul corpo tozzo ed enfiando le gote, simile ad un grosso zufolo.

In quel momento, la tragedia e il tripudio si interruppero. Gli alberi e i cavalieri si irrigidirono, senza più dimensioni, e un silenzio polveroso entrò nella stanza. Alla luce delle candele non c’erano più che tre brutti fanciulli.

L’uscio si apriva. La marchesa, ispirata, aveva deciso improvvisamente una visita notturna nella camera dei figli, e le sue ricerche l’avevano condotta infine alla sala della caccia: – Che cos’è questa commedia? – esclamò con voce squillante e stupida. Ed entrò, reggendo un alto candeliere, seguita dal marchese.

Le loro ombre grottesche strisciarono lunghe sulla parete di faccia. Il mento e il naso aguzzo, le dita secche, e la treccia oscillante della marchesa, appuntata in cima al cranio, si scuotevano debolmente in quella luce ora più chiara, e la figura piccola ed umile del marchese restava indietro, immobile. Egli indossava una logora veste da camera a strisce gialle e rosse che lo faceva rassomigliare ad uno scarabeo, e i pochi capelli grigi, che ungeva sempre di una sua pomata, ritti sulla testa, gli davano l’espressione del terrore. Se ne stava lì guardingo, come pauroso d’inciampare, e velava con la palma distesa la fiamma del lume.

La marchesa girò sui figli uno sguardo acuto che li gelò; poi si volse alla figlia, con le sopracciglia sollevate e un ironico e sprezzante sorriso.

– Ma guardala! – esclamò, – carina! Oh, cara, cara! – e, fatta d’improvvisa rabbiosa e pugnace, seguitò con tono più alto: – Dovreste vergognarvi, Antonia! Mi spiegherete…

I fanciulli tacevano; ma mentre i due fratelli rimanevano confusi ad occhi bassi, Antonietta, rincantucciata presso il suo albero ora ucciso, fissava la madre con occhi smarriti e aperti, simile ad una giovane quaglia sorpresa dallo sparviero. Poi il suo viso pallidissimo, dalle labbra sbiancate, si sparse di un rossore disordinato e violento, che coprì la sua pelle di chiazze oscure. Le sue labbra tremarono, ed ella si agitò un attimo sperduta, sopraffatta da una dolorosa e indomabile vergogna. Si ritraeva sempre più nel suo angolo, come paurosa che qualcuno volesse toccarla e frugarla.

I due fratelli sbigottirono alla scena che seguì. La sorella cadde ad un tratto in ginocchio, e credettero che volesse chiedere perdono: invece ella si coprì la faccia infuocata con le mani, e cominciò a scuotersi bizzarramente in un rauco e febbrile ridere, che presto diventò un pianto rabbioso. Si scoprì la faccia convulsa, e, distesa a terra con le gambe irrigidite, prese a strapparsi, con un gesto puerile e continuo, i suoi capelli sciolti.

– Antonietta! Che cosa succede? – esclamò il marchese esterrefatto. – Taci tu! – Ordinò la marchesa, e, poiché la figlia nell’agitarsi aveva scoperto le sue gambe esili e bianche, torse il capo con ribrezzo.

– Alzatevi, Antonietta, – comandò. Ma la sua voce esasperò la figlia, che parve posseduta dalle furie; era la gelosia del suo segreto che la squassava. Muti, i fratelli si scostarono, ed ella rimase sola nel mezzo, scrollando la testa come se volesse staccarla dal collo, gemendo con gesti scomposti e impudichi. – Aiutatemi a sollevarla, – disse infine la marchesa, e, appena i genitori la toccarono, Antonietta cessò ogni moto, sfinita. Sorretta per le ascelle, si avanzava senza coscienza su per la scala dalle luci fioche; i suoi occhi erano asciutti e fissi, sulle labbra aveva la schiuma dell’ira, e il suo gridare aveva ceduto ad un lamento soffocato e interrotto, ma pieno d’odio. Ella continuò a lamentarsi in tal modo anche nel suo letto in cui la fecero distendere; e la lasciarono sola.

Nella camera vicina i fratelli non potevano impedirsi di tendere l’orecchio a quel lamento che li distoglieva anche dal pensiero del segreto violato. Poi Pietro fu sopraffatto da un sonno privo di sogni, e Giovanni rimase solo a vegliare in quell’oscurità. Senza pace si rivoltava ora su un fianco ora sull’altro, finché si decise e, lasciato il letto, entrò a piedi nudi nella camera della sorella. Era una camera angusta, oblunga, in cui si respirava l’aria dell’infanzia, ma di un’infanzia repressa di collegio. Il soffitto era adorno di una figurina scolorita: una donna snella, vestita di veli arancione, che danzando tendeva le braccia verso un vaso dipinto. Le pareti erano macchiate e squallide, un paio di vecchie babbucce rosse era posto accanto al letto di legno, e sulla parete un angelo dalle ali distese reggeva un’acquasantiera. La lampada della notte era accesa e spandeva sul letto un alone azzurrastro e fievole:

– Antonietta! – chiamò Giovanni. – Sono io…

La sorella parve non accorgersi del richiamo, quantunque i suoi occhi fossero aperti e pieni di lagrime; giaceva immersa nel suo lagno infantile, con le labbra contratte e tremolanti, e non si mosse; piano piano i suoi occhi si andavano chiudendo, e le ciglia umide apparivano lunghe e raggiate. A un tratto come scuotendosi ella chiamò:

– Roberto! – e questo nome e l’acuta dolcezza della voce piena di rimpianto sbigottirono il fratello.

– Antonietta! – ripeté. – Sono io, tuo fratello Giovanni!

– Roberto, – ella ripeté a voce più bassa. Ora, calmandosi, pareva raccolta in se stessa e attenta, come chi segue cauto le orme di un sogno. In silenzio, il fratello avvertì anch’egli la presenza di Roberto nella camera; alto, un po’ spaccone, col giustacuore di velluto nero, l’arma arabescata e le fibbie d’argento, Roberto era in piedi fra loro due.

Antonietta pareva ormai tranquilla e addormentata; egli uscì nel corridoio. Qui lo avvolse il silenzio della casa, un silenzio rinchiuso e nello stesso tempo senza limiti, come quello dei sepolcri. Il soffocamento e la nausea lo presero alla gola, così che si accostò all’ampia finestra della scala e aprì i vetri. Udiva nella notte leggeri tonfi, come di corpi molli che cadessero sulla sabbia del giardino; vivo e sensibile gli apparve lo spazio di là dal giardino, e il bisogno della fuga, avvertito già altre volte, seppure chimerico e vago, lo afferrò ora subitaneo e irresistibile.

Senza pensare, quasi inerte, tornò nella sua camera e si infilò i panni al buio. Con le scarpe in mano discese la scala, e il cigolio del portone richiuso dietro di lui lo atterrì, e insieme lo deliziò come un canto:

– Addio, Antonietta, – disse piano. Pensava che mai più avrebbe rivisto Antonietta, mai più la casa e la piazza; doveva soltanto camminare diritto innanzi perché tutto ciò non esistesse più.

Sulla piazza vuota si udiva il rauco gocciare della fontana ed egli si volse dall’altro lato, distogliendo lo sguardo da quella fredda e trista faccia di marmo. Percorse le strade note, finché cominciarono i viottoli campestri e poi i campi aperti. Il grano già alto e verde cresceva a destra e a sinistra, nel fondo le montagne parevano una nuvolaglia indistinta, e la notte avanzata, come esausta, respirava umida e ferma sotto i lumi pungenti delle stelle. «Arriverò a quella catena di monti, – egli pensò, – e poi al mare». Non aveva mai visto il mare, e il rombo illusorio e cupo di una conchiglia che spesso da bimbo accostava per giuoco all’orecchio ritornò a lui, ma vivente ora e ripercosso intorno, così che invece dei campi gli parve di avere ai lati due stese di acque tranquille in continuo risucchio. Dopo qualche tempo, pensò di aver molto camminato, mentre si era di poco allontanato dal suo borgo. Sfinito volle riposarsi al piede di un albero dal tronco liscio e dalla chioma ampia e divisa in due lunghe ramificazioni simili ai due bracci di una croce.

Aveva appena appoggiato il capo alla corteccia quando avvertì un brivido: «Il male», pensò atterrito e insieme calmo. La febbre infatti entrava in lui, scavava con le radici infuocate e torbide nel suo corpo già troppo debole per rialzarsi. Subito la sua vista divenne acuta, così che egli distingueva ora il brulichio degli animali notturni che gli facevano cerchio d’intorno, e vedeva il battere e lo spegnersi dei loro occhi simili a fuochi appannati.

Ammiccavano, li riconosceva tutti, e forse avrebbe potuto chiamarli uno per uno e fare ad essi le infinite domande che fin dall’infanzia si accumulavano in lui.

Ma, con una strana fretta, già la notte trasmigrava nel giorno. Sopravveniva un’alba chiara nella quale il paesaggio parve mutato in una larga città di creta, polverosa e deserta, sparsa di capanne simili a cumuli di terra, e di tozze colonne. In questa città, dalla parte del sole, apparve Isabella, grande sul cielo come una nuvola, con la veste uguale al calice di un fiore rosso. Ella gli veniva incontro, sebbene i suoi piedi fossero immobili. Le sue spalle nude si rilasciavano per la stanchezza, mentre la sua bocca chiusa pareva sorridere, e i suoi occhi vitrei e fermi lo fissavano per farlo dormire.

Egli docile si addormentò: e a giorno fatto, fu proprio l’odiato servo che lo ritrovò e lo portò a casa fra le sue braccia volgari. Come tante altre volte, Giovanni giaceva nel suo letto per giornate inconsapevoli di esser vissute, sua sorella Antonietta lo vegliava. Ella stava lì pigra e tranquilla, qualche volta cucendo, spesso in ozio. Guardava il fratello che vaneggiava nei suoi mondi rossi e infuocati, e di tanto in tanto gli porgeva l’acqua. Stava seduta là, col suo grembiule e la pettinatura liscia, simile ad una serva di convento.

Le sue labbra parevano bruciate.

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