Anna Maria Ortese | Italian

Un Paio di Occhiali

— Ce sta ‘o sole… ‘o sole! — canticchiò, quasi sulla soglia del basso, la voce di don Peppino Quaglia. — Lascia fa’ a Dio, — rispose dall’interno, umile e vagamente allegra, quella di sua moglie Rosa, che gemeva a letto con i dolori artritici, complicati da una malattia di cuore; e soggiunse, rivolta a sua cognata che si trovava nel gabinetto: — Sapete che faccio, Nunziata? Più tardi mi alzo e levo i panni dall’acqua. 
— Fate come volete, per me è una vera pazzia, — disse dal bugigattolo la voce asciutta e triste di Nunziata; — con i dolori che tenete, un giorno di letto in più non vi farebbe male! — Un silenzio. — Dobbiamo mettere dell’altro veleno, mi sono trovato uno scarrafone nella manica, stamattina. 
Dal lettino in fondo alla stanza, una vera grotta, con la volta bassa di ragnatele penzolanti, si levò, fragile e tranquilla, la voce di Eugenia: — Mammà, oggi mi metto gli occhiali. 
C’era una specie di giubilo segreto nella voce modesta della bambina, terzogenita di don Peppino (le prime due, Carmela e Luisella, stavano con le monache, e presto avrebbero preso il velo, tanto s’erano persuase che questa vita è un gastigo; e i due piccoli, Pasqualino e Teresella, ronfavano ancora, capovolti, nel letto della mamma). 
— Sì, e scàssali subito, mi raccomando! — insisté, dietro la porta dello stanzino, la voce sempre irritata della zia. Essa faceva scontare a tutti i dispiaceri della sua vita, primo fra gli altri quello di non essersi maritata e di dover andare soggetta, come raccontava, alla carità della cognata, nonché non mancasse di aggiungere che offriva questa umiliazione a Dio. Di suo, però, aveva qualche cosa da parte, e non era cattiva, tanto che si era offerta lei di fare gli occhiali ad Eugenia, quando in casa si erano accorti che la bambina non ci vedeva. 
— Con quello che costano! Ottomila lire vive vive! — soggiunse. Poi si sentì correre l’acqua nel catino. Si stava lavando la faccia, stringendo gli occhi pieni di sapone, ed Eugenia rinunciò a risponderle. Del resto, era troppo, troppo contenta.

Era stata una settimana prima, con la zia, da un occhialaio di Via Roma. Là, in quel negozio elegante, pieno di tavoli lucidi e con un riflesso verde, meraviglioso, che pioveva da una tenda, il dottore le aveva misurato la vista, facendole leggere più volte, attraverso certe lenti che poi cambiava, intere colonne di lettere dell’alfabeto, stampate su un cartello, alcune grosse come scatole, altre piccolissime come spilli. 
— Questa povera figlia è quasi cecata, — aveva detto poi, con una specie di commiserazione, alla zia, — non si deve più togliere le lenti –. E subito, mentre Eugenia, seduta su uno sgabello, e tutta trepidante, aspettava, le aveva applicato sugli occhi un altro paio di lenti col filo di metallo bianco, e le aveva detto: — Ora guarda nella strada –. 
Eugenia si era alzata in piedi, con le gambe che le tremavano per l’emozione, e non aveva potuto reprimere un piccolo grido di gioia. Sul marciapiede passavano, nitidissime, appena più piccole del normale, tante persone ben vestite: signore con abiti di seta e visi incipriati, giovanotti coi capelli lunghi e il pullover colorato, vecchietti con la barba bianca e le mani rosa appoggiate sul bastone dal pomo d’argento; e, in mezzo alla strada, certe belle automobili che sembravano giocattoli, con la carrozzeria dipinta in rosso o in verde petrolio, tutta luccicante; filobus grandi come case, verdi, coi vetri abbassati, e dietro i vetri tanta gente vestita elegantemente; al di là della strada, sul marciapiede opposto, c’erano negozi bellissimi, con le vetrine come specchi, piene di roba fina, da dare una specie di struggimento; alcuni commessi col grembiule nero, le lustravano dall’esterno. C’era un caffè coi tavolini rossi e gialli e delle ragazze sedute fuori, con le gambe una sull’altra e i capelli d’oro. Ridevano e bevevano in bicchieri grandi, colorati. Al disopra del caffè, balconi aperti, perché era già primavera, con tende ricamate che si muovevano, e, dietro le tende, pezzi di pittura azzurra e dorata, e lampadari pesanti d’oro e cristalli, come cesti di frutta artificiale, che scintillavano. Una meraviglia. Rapita da tutto quello splendore, non aveva seguito il dialogo tra il dottore e la zia. 
La zia, col vestito marrò della messa, e tenendosi distante dal banco di vetro, con una timidezza poco naturale in lei, abbordava ora la questione del prezzo: — Dottò, mi raccomando, fateci risparmiare… povera gente siamo… — e, quando aveva sentito ottomila lire, per poco non si era sentita mancare. — Due vetri! Che dite! Gesù Maria! 
— Ecco quando si è ignoranti… — rispondeva il dottore, riponendo le altre lenti dopo averle lustrate col guanto, — non si calcola nulla. E metteteci due vetri, alla creatura, mi saprete dire se ci vede meglio. Tiene nove diottrìe da una parte, e dieci dall’altra, se lo volete sapere… è quasi cecata. Mentre il dottore scriveva nome e cognome della bambina: “Eugenia Quaglia, vicolo della Cupa a Santa Maria in Portico”, Nunziata si era accostata ad Eugenia, che sulla soglia del negozio, reggendosi gli occhiali con le manine sudice, non si stancava di guardare.— Guarda, guarda, bella mia! Vedi che cosa ci costa questa tua consolazione! Ottomila lire, hai sentito? Ottomila lire, vive vive! — Quasi soffocava. Eugenia era diventata tutta rossa, non tanto per il rimprovero, quanto perché la signorina della cassa la guardava, mentre la zia le faceva quell’osservazione che denunziava la miseria della famiglia. Si tolse gli occhiali. 
— Ma come va, così giovane e già tanto miope? — aveva chiesto la signorina a Nunziata, mentre firmava la ricevuta dell’anticipo; — e anche sciupata! — soggiunse. 
— Signorina bella, in casa nostra tutti occhi buoni teniamo, questa è una sventura che ci è capitata… insieme alle altre. Dio sopra la piaga mette il sale… 
— Tornate fra otto giorni, — aveva detto il dottore, — ve li farò trovare.
Uscendo, Eugenia aveva inciampato nello scalino. 
— Vi ringrazio, zi’ Nunzia, — aveva detto dopo un poco; — io sono sempre scostumata con voi, vi rispondo, e voi così buona mi comprate gli occhiali… La voce le tremava. 
— Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo che vederlo, — aveva risposto con improvvisa malinconia Nunziata. 
Neppure questa volta Eugenia le aveva risposto. Zi’ Nunzia era spesso così strana, piangeva e gridava per niente, diceva tante brutte parole e, d’altra parte, andava a messa con compunzione, era una buona cristiana, e quando si trattava di soccorrere un disgraziato, si offriva sempre, piena di cuore. Non bisognava badarle. Da quel giorno, Eugenia aveva vissuto in una specie di rapimento, in attesa di quei benedetti occhiali che le avrebbero permesso di vedere tutte le persone e le cose nei loro minuti particolari. Fino allora, era stata avvolta in una nebbia: la stanza dove viveva, il cortile sempre pieno di panni stesi, il vicolo traboccante di colori e di grida, tutto era coperto per lei da un velo sottile: solo il viso dei familiari, la mamma specialmente e i fratelli, conosceva bene, perché spesso ci dormiva insieme, e qualche volta si svegliava di notte, e al lume della lampada a olio, li guardava. La mamma dormiva con la bocca aperta, si vedevano i denti rotti e gialli; i fratelli, Pasqualino e Teresella, erano sempre sporchi e coperti di foruncoli, col naso pieno di catarro: quando dormivano, facevano un rumore strano, come se avessero delle bestie dentro. Eugenia, qualche volta, si sorprendeva a fissarli, senza capire, però, che stesse pensando. Sentiva confusamente che al di là di quella stanza, sempre piena di panni bagnati, con le sedie rotte e il gabinetto che puzzava, c’era della luce, dei suoni, delle cose belle; e, in quel momento che si era messa gli occhiali, aveva avuto una vera rivelazione: il mondo, fuori, era bello, bello assai.
— Marchesa, omaggi… Questa era la voce di suo padre. La spalla coperta da una camicia stracciata, che fino a quel momento era stata inquadrata dalla porta del basso, non si vide più. 
La voce della marchesa, una voce placida e indifferente, diceva adesso: — Dovreste farmi un piacere, don Peppino… 
— Ai vostri ordini… comandate… 
Eugenia sgusciò dal letto, senza far rumore, s’infilò il vestito e venne sulla porta, ancora scalza. Il sole, che di prima mattina, da una fenditura del caseggiato, entrava nel brutto cortile, le venne incontro, così puro e meraviglioso, illuminò il suo viso di piccola vecchia, i capelli come stoppa, tutti arruffati, le manine ruvide, legnose, con le unghie lunghe e sporche. Oh, se in quel momento avesse avuto gli occhiali!

 

La marchesa era là, col suo vestito di seta nera, la cravattina di pizzo bianco, con quel suo aspetto maestoso e benigno, che incantava Eugenia, le mani bianche e piene di gioielli; ma il viso non si vedeva bene, era una macchia bianchiccia, ovale. Là sopra, tremavano delle piume viola. 
— Sentite, dovreste rifarmi il materasso del bambino… potete salire verso le dieci e mezza? 
— Con tutto il cuore, ma io sarei disposto nel pomeriggio, signora marchesa… 
— No, don Peppino, di mattina deve essere. Nel pomeriggio viene gente. Vi mettete sul terrazzo e lavorate. Non vi fate pregare… fatemi questo favore… Ora sta suonando la messa. Quando sono le dieci e mezza, mi chiamate… 
E, senza aspettare risposta, si allontanò, scansando accortamente un filo d’acqua gialla che scorreva da un terrazzino e aveva fatto una pozza a terra. 
— Papà, — disse Eugenia andando dietro a suo padre che rientrava nel basso, — la marchesa quant’è buona! Vi tratta come un galantuomo. Il Signore glielo deve rendere! 
— Una buona cristiana, questo è, — rispose, con tutt’altro significato di quello che si sarebbe potuto intendere, don Peppino. Con la scusa ch’era proprietaria della casa, la marchesa D’Avanzo si faceva servire continuamente dalla gente del cortile; a don Peppino, per i materassi, metteva in mano una miseria; Rosa, poi, era sempre a sua disposizione per le lenzuola grandi, anche se le ossa le bruciavano si doveva alzare per servire la marchesa; è vero che le figlie gliele aveva fatte chiudere lei, e così aveva salvato due anime dai pericoli di questo mondo, che pei poveri sono tanti, ma per quel terraneo, dove tutti si erano ammalati, si pigliava tremila lire, non una di meno. 
— Il cuore ci sarebbe, sono i soldi che mancano, — amava ripetere con una certa flemma. — Oggi, caro don Peppino, i signori siete voi, che non avete pensieri… Ringraziate… ringraziate la Provvidenza, che vi ha messo in questa condizione… che vi ha voluto salvare… — 
Donna Rosa aveva una specie di adorazione per la marchesa, per i suoi sentimenti religiosi: quando si vedevano, parlavano sempre dell’altra vita. La marchesa ci credeva poco, ma non lo diceva, ed esortava quella madre di famiglia a pazientare e sperare. Dal letto, donna Rosa chiese, un po’ preoccupata: — Le hai parlato? 
— Vuole fare il materasso al nipote, — fece don Peppino annoiato. Portò fuori il treppiede col fornello per scaldare un po’ di caffè, regalo delle monache, e rientrò ancora per prendere dell’acqua in un pentolino. — Non glielo faccio per meno di cinquecento, — disse. 
— È un prezzo giusto. 
— E allora, chi va a ritirare gli occhiali di Eugenia? — domandò zi’ Nunzia uscendo dallo sgabuzzino. Aveva, sopra la camicia, una gonna scucita, ai piedi le ciabatte. Dalla camicia, le uscivano le spalle puntute, grige come pietre. Si stava asciugando la faccia in un tovagliolo. 
— Io, per me, non ci posso andare, e Rosa è malata… 
Senza che nessuno li vedesse, i grandi occhi quasi ciechi di Eugenia si riempirono di lacrime. Ecco, forse sarebbe passata un’altra giornata senza che avesse i suoi occhiali. Andò vicino al letto della madre, abbandonò le braccia e la fronte sulla coperta, in un atteggiamento compassionevole. 
Una mano di donna Rosa si allungò a carezzarla. — Ci vado io, Nunzia, non vi scaldate… anzi, uscire mi farà bene… 
— Mammà… Eugenia le baciava una mano.

Alle otto, c’era una grande animazione nel cortile. Rosa era uscita in quel momento dal portone, alta figura allampanata, col cappotto nero, senza spalline, pieno di macchie e corto da scoprirle le gambe simili a bastoncini di legno, la borsa della spesa sotto il braccio, perché al ritorno dall’occhialaio avrebbe comprato il pane. Don Peppino, con una lunga scopa in mano, stava togliendo l’acqua di mezzo al cortile, fatica inutile perché il mastello ne dava continuamente, come una vena aperta. Là dentro c’erano i panni di due famiglie: le sorelle Greborio, del primo piano, e la moglie del cavaliere Amodio, che aveva avuto un bambino due giorni avanti. Era appunto la serva della Greborio, Lina Tarallo, che stava sbattendo i tappeti a un balconcino, con un fracasso terribile. La polvere scendeva a poco a poco, mista a vera immondizia, come una nuvola, su quella povera gente ma nessuno ci faceva caso. Si sentivano strilli acutissimi, pianti: era zi’ Nunzia, che dal basso, chiamava a testimoni tutti i santi per affermare ch’era stata una disgraziata, e la causa di tutto questo era Pasqualino che piangeva e urlava come un dannato perché voleva andare dietro alla mamma. 
— Vedetelo, questo sforcato! — gridava zi’ Nunzia. — Madonna bella, fatemi la grazia, fatemi morire, ma subito, se ci state, tanto in questa vita non stanno bene che i ladri e le male femmine –. 
Teresella, più piccola di suo fratello, perché era nata l’anno che il re era andato via, seduta sulla soglia di casa, sorrideva, e, ogni tanto, leccava un cantuccio di pane che aveva trovato sotto una sedia. Seduta sullo scalino di un altro basso, quello di Mariuccia la portinaia, Eugenia guardava un pezzo di giornale per ragazzi, ch’era caduto dal terzo piano, con tante figurine colorate. Ci stava col naso sopra, perché se no non leggeva le parole. Si vedeva un fiumiciattolo azzurro, in mezzo a un prato che non finiva mai, e una barca rossa che andava… andava… chissà dove. Era scritto in italiano, e per questo lei non capiva troppo, ma ogni tanto, senza un motivo, rideva. 
— Così, oggi ti metti gli occhiali? — disse Mariuccia, affacciandosi alle sue spalle. 
Tutti, nel cortile, lo sapevano, e perché Eugenia non aveva resistito alla tentazione di raccontarlo, e anche perché zi’ Nunzia aveva trovato necessario far capire che, in quella famiglia, lei spendeva del suo… e che insomma… 
— Te li ha fatti la zia, eh? — soggiunse Mariuccia, sorridendo bonariamente. Era una donna piccola, quasi nana, con un viso da uomo, pieno di baffi. In quel momento si stava pettinando i lunghi capelli neri, che le arrivavano al ginocchio: una delle poche cose che attestassero che era anche una donna. Se li pettinava lentamente, sorridendo coi suoi occhietti di topo, furbi e buoni. 
— Mammà li è andati a ritirare a Via Roma, — disse Eugenia con uno sguardo di gratitudine. 
— Li abbiamo pagati ottomila lire, sapete? Vive vive… La zia è… — stava aggiungendo “proprio buona”, quando zi’ Nunzia, affacciandosi al basso, chiamò inviperita: — Eugenia! 
— Eccomi qua, zia! — e corse come un cane. Dietro la zia, Pasqualino, tutto rosso e sbalordito, con una smorfia terribile, tra lo sdegno e la sorpresa, aspettava. 
— Vammi a comprare due caramelle da tre lire l’una, da don Vincenzo il tabaccaio. Torna subito! 
— Sì, zia.

Prese i soldi nel pugno, senza più curarsi del giornale, e uscì lesta dal cortile. Per un vero miracolo scansò un carro di verdura alto come una torre e tirato da due cavalli, che le stava venendo addosso all’uscita dal portone. Il carrettiere, con la frusta sguainata, sembrava cantasse, e dalla bocca gli uscivano intanto queste parole: “bella… fresca… “, strascicate e piene di dolcezza, come un canto d’amore. Quando il carro fu alle sue spalle, lei, alzando in alto i suoi occhi sporgenti, scorse quel bagliore caldo, azzurro, ch’era il cielo, e sentì, senza però vederla chiaramente, la gran festa che c’era intorno. Carretti, uno dietro l’altro; grossi camion con americani vestiti di giallo che si sporgevano dal finestrino, biciclette che sembrava rotolassero. In alto, i balconi erano tutti ingombri di cassette fiorite, e alle inferriate penzolavano, come gualdrappe di cavallo, come bandiere, coperte imbottite gialle e rosse, straccetti celesti di bambini, lenzuola, cuscini e materasse esposte all’aria, e si snodavano le corde dei canestri che scendevano in fondo al vicolo per ritirare la verdura o il pesce offerto dai venditori ambulanti. Benché il sole non toccasse che i balconi più alti (la strada era come una spaccatura nella massa disordinata delle case), e il resto non fosse che ombra e immondizia, si presentiva, là dietro, l’enorme festa della primavera. E pur così piccola e scialba, legata come un topo al fango del suo cortile, Eugenia cominciava a respirare con una certa fretta, come se quell’aria, quella festa e tutto quell’azzurro ch’erano sospesi sul quartiere dei poveri, fossero anche cosa sua. Mentre entrava dal tabaccaio, la sfiorò il paniere giallo della serva di Amodio, Buonincontri Rosaria. Era grassa, vestita di nero, con le gambe bianche e il viso acceso, pacifico. 
— Di’ a mammà se oggi può salire un momento sopra, la signora Amodio le deve fare un’ambasciata. 
Eugenia la riconobbe dalla voce. — Ora non ci sta. È andata a Via Roma a ritirarmi gli occhiali. 
— Io pure me li dovrei mettere, ma il mio fidanzato non vuole. 
Eugenia non afferrò il senso di quella proibizione. Rispose solo, ingenuamente: — Costano assai assai, bisogna tenerli riguardati. Entrarono insieme nel buco di don Vincenzo. C’era gente. Eugenia era respinta sempre indietro. 
— Fatti avanti… sei proprio cecata, — osservò con un bonario sorriso la serva di Amodio. 
— Ma zi’ Nunzia ora le fa gli occhiali, — intervenne, strizzando l’occhio, con aria d’intesa scherzosa, don Vincenzo che aveva sentito. Anche lui portava gli occhiali. — Alla tua età, — disse porgendole le caramelle, — ci vedevo come un gatto, infilavo gli aghi di notte, mia nonna mi voleva sempre appresso… Ma ora sono invecchiato. 
Eugenia assentì vagamente. — Le mie compagne, nessuna tengono le lenti, — disse. Poi rivolta alla Buonincontri, ma parlando anche per don Vincenzo: — Io sola… Nove diottrie da una parte e dieci dall’altra… sono quasi cecata! — sottolineò dolcemente. 
— Vedi quanto sei fortunata… — disse don Vincenzo ridendo; e a Rosaria: — Quanto di sale? 
— Povera creatura! — commentò la serva di Amodio mentre Eugenia usciva, tutta contenta. — È l’umidità che l’ha rovinata. In quella casa ci chiove. Ora donna Rosa ha i dolori nelle ossa. Datemi un chilo di sale grosso, e un pacchetto di quello fino… 
— Sarete servita. 
— Che mattinata, eh, oggi, don Vincenzo? Sembra già l’estate. 
Camminando più adagio di quando era venuta, Eugenia cominciò a sfogliare, senza rendersene ben conto, una delle due caramelle, e poi se la infilò in bocca. Sapeva di limone. — Dico a zi’ Nunzia che l’ho perduta per la strada, — propose dentro di sé. Era contenta, non le importava se la zia, così buona, si sarebbe arrabbiata. Si sentì prendere una mano, e riconobbe Luigino. 
— Sei proprio cecata! — disse ridendo il ragazzo. — E gli occhiali? 
— Mammà è andata a prenderli a Via Roma. 
— Io non sono andato a scuola, è una bella giornata, perché non ce ne andiamo a camminare un poco? 
— Sei pazzo! Oggi debbo stare buona… 
Luigino la guardava e rideva, con la sua bocca come un salvadanaio, larga fino alle orecchie, sprezzante. 
— Tutta spettinata… Istintivamente, Eugenia si portò una mano ai capelli. — Io non ci vedo buono, e mammà non tiene tempo, — rispose umilmente. 
— Come sono questi occhiali? Col filo dorato? — s’informò Luigino. 
— Tutto dorato! — rispose Eugenia mentendo, — lucenti lucenti! 
— Le vecchie portano gli occhiali, — disse Luigino. 
— Anche le signore, le ho viste a Via Roma. 
— Quelli sono neri, per i bagni, — insisté Luigino. 
— Parli per invidia. Costano ottomila lire… 
— Quando li hai avuti, fammeli vedere, — disse Luigino. — Mi voglio accertare se il filo è proprio dorato… sei così bugiarda… — e se ne andò per i fatti suoi, fischiettando. 
Rientrando nel portone, Eugenia si domandava ora con ansia se i suoi occhiali avrebbero avuto o no il filo dorato. In caso negativo, che si poteva dire a Luigino per persuaderlo ch’erano una cosa di valore? Però, che bella giornata! Forse mammà stava per tornare con gli occhiali chiusi in un pacchetto… Fra poco li avrebbe avuti sul viso… avrebbe… 
Una furia di schiaffi si abbatté sulla sua testa. Una vera rovina. Le sembrava di crollare; inutilmente si difendeva con le mani. Era zi’ Nunzia, naturalmente, infuriata per il ritardo, e dietro zi’ Nunzia, Pasqualino, come un ossesso, perché non credeva più alla storia delle caramelle. 
— Butta il sangue!… Tieni!… Brutta cecata!… E io che ho dato la vita mia per questa ingratitudine… Finire male, devi! Ottomila lire, vive vive! Il sangue mi tolgono dalle vene, questi sforcati… Lasciò cadere le mani solo per scoppiare in un gran pianto. — Vergine Addolorata, Gesù mio, per le piaghe del vostro costato, fatemi morire!… 
Anche Eugenia piangeva, dirottamente. — ‘A zi’, perdonatemi… ‘a zi’… 
— Uh… uh… uh… — faceva Pasqualino, con la bocca spalancata. 
— Povera creatura… — fece donna Mariuccia andando vicino ad Eugenia, che non sapeva dove nascondere la faccia, tutta rigata di rosso e di lacrime davanti al dispiacere della zia; — non l’ha fatto apposta, Nunzia… calmatevi… — E ad Eugenia: — Dove tieni le caramelle? 
Eugenia rispose piano, perdutamente, offrendo l’altra nella manina sporca: — Una l’ho mangiata. Tenevo fame. 
Prima che la zia si muovesse di nuovo, per buttarsi addosso alla bambina, si sentì la voce della marchesa, dal terzo piano, dove c’era il sole, chiamare piano, placidamente, soavemente: — Nunziata! 
Zi’ Nunzia levò in alto il viso amareggiato, come quello della Madonna dei Sette Dolori, che stava a capo del letto suo. 
— Oggi è il primo venerdì del mese. Offritelo a Dio. 
— Marchesa, quanto siete buona! Queste creature mi fanno fare tanti peccati, io mi sto perdendo l’anima, io… — E crollava il viso tra le mani come zampe, mani di faticatore, con la pelle marrone, squamata. — Vostro fratello non ci sta? 
— Povera zia, essa ti fa pure gli occhiali, e tu così la ringrazi… — diceva intanto Mariuccia a Eugenia che tremava. 
— Sissignora, eccomi qua… — rispose don Peppino, che fino a quel momento era stato mezzo nascosto dietro la porta del basso, agitando un cartone davanti al fornello dove cuocevano i fagioli per il pranzo. 
— Potete salire? 
— Mia moglie è andata a ritirare gli occhiali di Eugenia… Io sto badando ai fagioli… vorrebbe aspettare, se non vi dispiace… 
— Allora, mandatemi su la creatura. Tengo un vestito per Nunziata. Glielo voglio dare… 
— Dio ve ne renda merito… obbligatissimo, — rispose don Peppino con un sospiro di consolazione, perché era quella l’unica cosa che poteva calmare sua sorella. Ma, guardando Nunziata, si accorse che essa non si era affatto rallegrata. Continuava a piangere dirottamente, e quel pianto aveva tanto stupito Pasqualino, che il bambino si era chetato per incanto, e ora si leccava il catarro che gli scendeva dal naso, con un piccolo, dolce sorriso. 
— Hai sentito? Sali su dalla signora marchesa, ti deve dare un vestito… — disse don Peppino alla figlia. 
Eugenia stava guardando qualche cosa nel vuoto, con gli occhi che non ci vedevano: erano fissi fissi, e grandi. Trasalì e si alzò subito, obbediente. 
— Dille: “Dio ve ne renda merito”, e rimani fuori la porta. 
— Sì, papà. 
— Mi dovete credere, Mariuccia, — disse zi’ Nunzia quando Eugenia si fu allontanata, — io a quella creatura le voglio bene, e dopo mi pento, quanto è vero Dio, di averla strapazzata. Ma mi sento tutto il sangue alla testa, mi dovete credere, quando devo combattere con i ragazzi. La gioventù se n’è andata, lo vedete… — e si toccava le guance infossate. — A volte, mi sento come una pazza… 
— D’altra parte, pure loro debbono sfogare, — rispose donna Mariuccia, — sono anime innocenti. Avranno tempo per piangere. Io, quando li vedo, e penso che devono diventare tale e quale a noi… — andò a prendere una scopa e spinse via una foglia di cavolo dalla soglia, — mi domando che cosa fa Dio.

— Ve lo siete tolto nuovo nuovo! — disse Eugenia piantando il naso sul vestito verde steso sul sofà in cucina, mentre la marchesa andava cercando un giornale vecchio per involtarlo. La D’Avanzo pensò che la bambina non ci vedeva davvero, perché se no si sarebbe accorta che il vestito era vecchissimo e pieno di rammendi (era di sua sorella morta), ma si astenne dal far commenti. 
Solo dopo un momento, mentre veniva avanti col giornale, domandò: — E gli occhiali te li ha fatti la zia? Sono nuovi? 
— Col filo dorato. Costano ottomila lire, — rispose d’un fiato Eugenia, commuovendosi ancora una volta al pensiero del privilegio che le toccava, — perché sono quasi cecata, — aggiunse semplicemente. 
— Secondo me, — fece la marchesa, involtando con dolcezza il vestito nel giornale, e poi riaprendo il pacco perché una manica veniva fuori, — tua zia se le poteva risparmiare. Ho visto degli occhiali ottimi, in un negozio all’Ascensione; per sole duemila lire.
Eugenia si fece di fuoco. Capì che la marchesa era dispiaciuta. — Ognuno nel suo rango… tutti ci dobbiamo limitare… — l’aveva sentita dire tante volte, parlando con donna Rosa che le portava i panni lavati, e si fermava a lamentarsi della penuria. 
— Forse non erano buoni… io tengo nove diottrie… — ribatté timidamente. 
La marchesa inarcò un ciglio, ma Eugenia per fortuna non lo vide. — Erano buoni, ti dico… — si ostinò con la voce leggermente più dura la D’Avanzo. Poi si pentì. — Figlia mia, — disse più dolcemente, — parlo così perché so i guai di casa tua. Con seimila lire di differenza, ci compravate il pane per dieci giorni, ci compravate… A te, che ti serve veder bene? Per quello che tieni intorno!… — Un silenzio. — A leggere, leggevi ? 
— Nossignora. 
— Qualche volta, invece, ti ho vista col naso sul libro. Anche bugiarda, figlia mia,… non sta bene… 
Eugenia non rispose più. Provava una vera disperazione, fissava gli occhi quasi bianchi sul vestito. — È seta? — domandò stupidamente. 
La marchesa la guardava, riflettendo. — Non te lo meriti, ma ti voglio fare un regaluccio, — disse a un tratto, e si avviò verso un armadio di legno bianco. In quel momento il campanello del telefono, ch’era nel corridoio, cominciò a squillare, e invece d’aprire l’armadio la D’Avanzo uscì per rispondere all’apparecchio. 
Eugenia, oppressa da quelle parole, non aveva neppure sentito la consolante allusione della vecchia, e appena fu sola, si mise a guardare intorno come le consentivano i suoi poveri occhi. Quante cose belle, fini! Come nel negozio di Via Roma! E lì, proprio davanti a lei, un balcone aperto, con tanti vasetti di fiori. Uscì sul balcone. Quant’aria, quanto azzurro! Le case, come coperte da un velo celeste, e giù il vicolo, come un pozzo, con tante formiche che andavano e venivano… come i suoi parenti… Che facevano? Dove andavano? Uscivano e rientravano nei buchi, portando grosse briciole di pane, questo facevano, avevano fatto ieri, avrebbero fatto domani, sempre… sempre. Tanti buchi, tante formiche. E intorno, quasi invisibile nella gran luce, il mondo fatto da Dio, col vento, il sole, e laggiù il mare pulito, grande… Stava lì, col mento inchiodato sui ferri, improvvisamente pensierosa, con un’espressione di dolore che la imbruttiva, di smarrimento. 
Suonò la voce della marchesa, placida, pia. Teneva in mano, nella sua liscia mano d’avorio, un librettino foderato in cartone nero, con le lettere dorate. — Sono pensieri di santi, figlia mia. La gioventù, oggi, non legge niente, e per questo il mondo ha cambiato strada. Tieni, te lo regalo. Ma mi devi promettere di leggerne un poco ogni sera, ora che ti sei fatti gli occhiali. 
— Sissignora, — disse Eugenia frettolosamente, arrossendo di nuovo perché la marchesa l’aveva trovata sul balcone; e prese il libretto che essa le dava. 
La D’Avanzo la guardò compiaciuta. — Iddio ti ha voluto preservare, figlia mia! — disse andando a prendere il pacchetto col vestito e mettendoglielo tra le mani. — Non sei bella, tutt’altro, e sembri già una vecchia. Iddio ti ha voluto prediligere, perché così non avrai occasioni di male. Ti vuole santa, come le tue sorelle! 
Senza che queste parole la ferissero veramente, perché da tempo era già come inconsciamente preparata a una vita priva di gioia, Eugenia ne provò lo stesso un turbamento. E le parve, sia pure un attimo, che il sole non brillasse più come prima, e anche il pensiero degli occhiali cessò di rallegrarla. Guardava vagamente, coi suoi occhi quasi spenti, un punto del mare, dove si stendeva come una lucertola, di un colore verde smorto, la terra di Posillipo.

— Di’ a papà, — proseguiva intanto la marchesa, — che pel materasso del bambino oggi non se ne fa niente. Mi ha telefonato mia cugina, starò a Posillipo tutto il giorno. 
— Io pure, una volta, ci sono stata… — cominciava Eugenia, rianimandosi a quel nome e guardando, incantata, da quella parte. 
— Sì? veramente? — La D’Avanzo era indifferente, per lei quel nome non significava nulla. Con tutta la maestà della sua persona, accompagnò la bambina, che ancora si voltava verso quel punto luminoso, alla porta che chiuse adagio alle sue spalle. Fu mentre scendeva l’ultimo gradino, e usciva nel cortile, che quell’ombra che le aveva oscurato la fronte da qualche momento scomparve, e la sua bocca s’aperse a un riso di gioia, perché Eugenia aveva visto arrivare sua madre. Non era difficile riconoscere la sua logora, familiare figura. Gettò il vestito su una sedia, e le corse incontro. 
— Mammà! Gli occhiali! 
— Piano, figlia mia, mi buttavi a terra! 
Subito, si fece una piccola folla intorno. Donna Mariuccia, don Peppino, una delle Greborio, che si era fermata a riposarsi su una sedia prima di cominciare le scale, la serva di Amodio che rientrava in quel momento, e, inutile dirlo, Pasqualino e Teresella, che volevano vedere anche loro, e strillavano allungando le mani. Nunziata, dal canto suo, stava osservando il vestito che aveva tolto dal giornale, con un viso deluso. 
— Guardate, Mariuccia, mi sembra roba vecchia assai… è tutto consumato sotto le braccia! — disse accostandosi al gruppo. 
Ma chi le badava? In quel momento, donna Rosa si toglieva dal collo del vestito l’astuccio degli occhiali, e con cura infinita lo apriva. Una specie d’insetto lucentissimo, con due occhi grandi grandi e due antenne ricurve, scintillò in un raggio smorto di sole, nella mano lunga e rossa di donna Rosa, in mezzo a quella povera gente ammirata. 
— Ottomila lire… una cosa così! — fece donna Rosa guardando religiosamente, eppure con una specie di rimprovero, gli occhiali. Poi, in silenzio, li posò sul viso di Eugenia, che estatica tendeva le mani, e le sistemò con cura quelle due antenne dietro le orecchie. 
— Mo ci vedi ? — domandò accorata. Eugenia, reggendoli con le mani, come per paura che glieli portassero via, con gli occhi mezzo chiusi e la bocca semiaperta in un sorriso rapito, fece due passi indietro, così che andò a intoppare in una sedia. 
— Auguri! — disse la serva di Amodio. 
— Auguri! — disse la Greborio. 
— Sembra una maestra, non è vero? — osservò compiaciuto don Peppino. 
— Neppure ringrazia! — fece zi’ Nunzia, guardando amareggiata il vestito. — Con tutto questo, auguri! 
— Tiene paura, figlia mia! — mormorò donna Rosa, avviandosi verso la porta del basso per posare la roba. — Si è messi gli occhiali per la prima volta! — disse alzando la testa al balcone del primo piano, dove si era affacciata l’altra sorella Greborio. 
— Vedo tutto piccolo piccolo, — disse con una voce strana, come se venisse di sotto una sedia, Eugenia. — Nero nero. 
— Si capisce; la lente è doppia. Ma vedi bene? — chiese don Peppino. — Questo è l’importante. Si è messi gli occhiali per la prima volta, — disse anche lui, rivolto al cavaliere Amodio che passava con un giornale aperto in mano. 
— Vi avverto, — disse il cavaliere a Mariuccia, dopo aver fissato per un momento, come fosse stata solo un gatto, Eugenia, — che la scala non è stata spazzata… Ho trovato delle spine di pesce davanti alla porta! — E si allontanò curvo, quasi chiuso nel suo giornale, dove c’era notizia di un progetto-legge per le pensioni, che lo interessava.

Eugenia, sempre tenendosi gli occhiali con le mani, andò fino al portone, per guardare fuori, nel vicolo della Cupa. Le gambe le tremavano, le girava la testa, e non provava più nessuna gioia. Con le labbra bianche voleva sorridere, ma quel sorriso si mutava in una smorfia ebete. Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti, duemila, centomila; i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano l’aria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata; si volse barcollando verso il cortile, e quella terribile impressione aumentò. Come un imbuto viscido il cortile, con la punta verso il cielo e i muri lebbrosi fitti di miserabili balconi; gli archi dei terranei, neri, coi lumi brillanti a cerchio intorno all’Addolorata; il selciato bianco di acqua saponata, le foglie di cavolo, i pezzi di carta, i rifiuti, e, in mezzo al cortile, quel gruppo di cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione, che la guardavano amorosamente. Cominciarono a torcersi, a confondersi, a ingigantire. Le venivano tutti addosso, gridando, nei due cerchietti stregati degli occhiali. 
Fu Mariuccia per prima ad accorgersi che la bambina stava male, e a strapparle in fretta gli occhiali, perché Eugenia si era piegata in due e, lamentandosi, vomitava. 
— Le hanno toccato lo stomaco! — gridava Mariuccia reggendole la fronte. — Portate un acino di caffè, Nunziata! 
— Ottomila lire, vive vive! — gridava con gli occhi fuor della testa zi’ Nunzia, correndo nel basso a pescare un chicco di caffè in un barattolo sulla credenza; e levava in alto gli occhiali nuovi, come per chiedere una spiegazione a Dio. — E ora sono anche sbagliati!
— Fa sempre così, la prima volta, — diceva tranquillamente la serva di Amodio a donna Rosa. — Non vi dovete impressionare; poi a poco a poco si abitua. — È niente, figlia, è niente, non ti spaventare! — 
Ma donna Rosa si sentiva il cuore stretto al pensiero di quanto erano sfortunati. 
Tornò zi’ Nunzia col caffè, gridando ancora: — Ottomila lire, vive vive! — intanto che Eugenia, pallida come una morta, si sforzava inutilmente di rovesciare, perché non aveva più niente. I suoi occhi sporgenti erano quasi torti dalla sofferenza, e il suo viso di vecchia inondato di lacrime, come istupidito. Si appoggiava a sua madre e tremava. 
— Mammà, dove stiamo? 
— Nel cortile stiamo, figlia mia, — disse donna Rosa pazientemente; e il sorriso finissimo, tra compassionevole e meravigliato, che illuminò i suoi occhi, improvvisamente rischiarò le facce di tutta quella povera gente. 
— È mezza cecata! 
— È mezza scema, è! — Lasciatela stare, povera creatura, è meravigliata, — fece donna Mariuccia, e il suo viso era torvo di compassione, mentre rientrava nel basso che le pareva più scuro del solito. 
Solo zi’ Nunzia si torceva le mani: Ottomila lire, vive vive!