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Jules

Colori su tela 

CAPITOLO 1 – LINEA EMOTIVA

Alla sola idea era terrorizzata; forse non era già troppo tardi. Forse, continuava a ripetersi, avrebbe potuto riallacciare ancora qualche rapporto. Pensandoci, le sembrava così difficile. Difficilmente si sarebbero fermati su quella timida espressione per cercare di raggiungerla, ma lei ci sperava ancora. Si sentiva fortemente confusa, come quando, pallida e livida la luna, appariva timida alle sue membra stanche, specchiandosi nella finestra.

Avrebbe voluto strappare un nuovo sorriso a quegl’occhi ormai lontani da lei, incapace di credere di averli persi per così tanto tempo; e non avrebbe saputo con esattezza per quanto ancora.

Ma le piaceva perdersi in un pensiero frivolo, a volte troppo poco modesto per essere il suo.

Questa tendenza, sempre affascinante, riempiva quei momenti disperatamente vuoti, colmava d’impalpabile tenerezza e rideva di gioia per esserci riuscita di nuovo quando aveva abbandonato ormai l’idea di poter provare ancora quel brivido sulla pelle, quello strano formicolio nelle mani, risvegliandosi, risvegliandole. Mai. Non sarebbe mai stata capace di dimenticarlo l’aveva imparato, era avvezza a quell’essenza morbida ed invitante, ne riconosceva l’odore con la mente lucida, era parte di lei, della sua vita, dei suoi ricordi, di quella mente così stanca. Già. Lo era. E lei doveva farla riposare. Adesso.

Non le piaceva mettersi fretta, avrebbe combinato solamente grossi pasticci, ma aveva capito che la strada era quella; brillante lei e chiara quella notte d’ottobre andando a scuotere qualcosa che si era momentaneamente assopito. Ora doveva riprendere a respirare, a pieni polmoni, grosse boccate d’aria, incamerandone di nuova. Bussavano in tanti alla sua porta quella notte, erano un tormento quelle voci. Sapeva che sarebbe dovuta uscire allo scoperto, era stata nascosta nell’ombra fin troppo, ma aveva paura che qualcosa si stesse facendo largo nella folla, impaziente, scalpitante, per presentarsi a tutti perfetto, impalpabile e meraviglioso come non si era mai visto da quelle parti.

Quella mattina Gloria si svegliò stranamente disturbata. Quel nome così familiare le ronzava in testa. Sembrava quasi che gliel’avesse suggerito quella bizzarra melodia, quella mano, ancora incapace di produrre suoni armoniosi; ma era sicura che molto presto quella mano avrebbe accompagnato dolcemente i suoi arrivi e le sue partenze, avrebbe allietato i suoi viaggi e tranquillizzato i suoi silenziosi pianti al solo sfiorarne una nota ricordandone il nome, pazientando sui colori, aspettando che esplodessero in un arcobaleno di pazzia. Non doveva mettersi fretta.

Aveva estrema fiducia in lui. Maledettamente ammirevole ed eloquente era il suo modo di guardarlo.

Ma si rese conto che mentre si perdeva dietro a quegli insoliti ma frequenti pensieri, il sole era già alto nel cielo e non c’era tanto tempo da farsi sfuggire improvviso. Prese in mano il mazzo di chiavi, lo guardò; quelle chiavi riposte in quante tasche, testimoni di quante vite passate insieme a lei?

Un pensiero, un momento che poi si liberò di lei, lasciandola indossare sicura i primi vestiti che le capitarono allo sguardo distratto nell’armadio. Sbatté fortemente la porta dietro di sé; ricordi dolorosi, frasi che avevano ingrassato inutilmente le sue speranze le si staccavano di dosso, cadendo e frantumandosi a terra. E improvvisamente saliva in lei uno strano sorriso, carico di vita, come se si stesse gonfiando di linfa fresca, trascurata e succhiata prepotentemente da quel fragile corpo per mesi e mesi, che docilmente  e per inganno, si era lasciato addomesticare, ritrovandosi poi come un cane alla catena, quando il padrone lo guarda da lontano mentre se ne va, abbandonandolo lì a se stesso. Il padrone che un giorno era stato buono con lei.

E un gemito implode dentro, una valanga di lacrime salate la lascia sola affogata nel suo dolore, e l’acqua pian piano investe tutto, impregna i tessuti che, da quanto si son fatti pesanti la lasciano cadere sfinita a terra. Ma in mezzo a tutti quei vestiti non c’è più forma, figura. Finalmente è riuscita a scivolar via da tutte quelle catene sporche e fredde e adesso, dove si diriga, solo il vento lo suggerisce quando cala la notte.

 

Tante relazioni le sembravano inutili. Fremeva al pensiero di rivedere quegli occhi. Ma ne aveva paura al tempo stesso. Continuava a coprirsi, tirando lembi di vestito. Arrossiva all’idea che qualcuno potesse vedere come realmente era. Aveva paura che in un attimo avrebbero potuto spogliarla. Aveva paura che lui la spogliasse di nuovo e le facesse provare quella terribile sensazione che masticava ogniqualvolta si sentiva nuda ed indifesa, esposta a quello strano modo di essere che non riusciva a far divenire parte di sé. La preziosa amica aveva proprio ragione; stava utilizzando solo il modo sbagliato. E ne avrebbe parlato, scritto, dipinto, ballato. Dipinto, proprio come solo lei era capace di fare. In quelle folli notti, quasi animata da una forza misteriosa che la faceva vagare in cerca del soggetto perfetto, del soggetto che per sempre l’avrebbe unita immortale e meravigliosa.

La mattina seguente Gloria vide Carlo; improvvisamente ne ebbe paura, fu come sentirsi mancare. Si sarebbe abbandonata volentieri a quel pensiero, mentre il cuore prendeva il tempo, pescava colori accecanti, scandiva battiti precisi e veloci, a volte tornando indietro su una nota come fa un vecchio disco graffiato dal tempo. Le mani sudavano e non riusciva a fare altro gesto che quello di fissarlo, accarezzandone con gli occhi la pelle, scivolandogli sui vestiti, assaggiando i suoi profumi, belva famelica come non mai, tornando in un attimo donna e fermandosi paziente ad attendere che quella sensazione infinitamente travolgente si placasse, liberandosi delle sue membra, della sua testa, sognando solo di addormentarla lontano da lui.

E infiniti pensieri di tale natura ancora la sbattevano tra mille corpi, ricordandola in danze proibite, la stuzzicavano, giocando con lei, mettendola alla prova nei lunghi silenzi che vi si frapponevano, rendendola maledettamente ansiosa di guardarlo di nuovo, sezionando ogni centimetro di pelle nuda, ricreando un incredibile e singolare effetto sulla tela, capace di ipnotizzare.

Era decisamente il soggetto più bello che avesse mai dipinto, e impazziva tutte le volte che si ricordava di averlo posseduto su quella tela. Lui, quella notte bambino, aveva giocato con lei in una rete intricata di sguardi che li divideva, e si era divertito ad ammaliarla, a lasciarsi ammaliare da quella costrizione esemplare, immobile davanti ai suoi grandi occhi affamati di colori, ansiosi di vita, ma adesso altezzoso e adulto non la guardava neppure, come se quei mesi non fossero mai stati dipinti dalle sue morbide mani, dai suoi occhi scuri, come se quei quadri non fossero altro che immagini astratte, senza tema, forma, nome e tempo.

 CAPITOLO 2 – MOVIMENTI

La vita tra quelle strade rigurgitanti di passanti, procedeva regolare, a intervalli miracolosi di pazzia che Gloria aveva la fortuna di provare.

Gli amici, ormai lontani da lei, li sentiva con frenetica nostalgia, speranzosa di vederli ancora, intatti, come li aveva lasciati, quando quella prigionia agonizzante fosse finalmente finita. Ma, in realtà, era voluta partire lei, lasciandosi tutto alle spalle, forse per la paura di non essere capace di affrontare quelle situazioni, quei volti che avrebbero preteso delle spiegazioni che neppure lei sapeva darsi. In cuor suo sapeva che non avrebbe potuto fare altrimenti. Pensare quanto sarebbe servito quel momento di terribile prigionia per renderla capace di gustare con inaspettata gioia l’attimo che l’avrebbe libera per sempre, le dava la forza di provarci ancora. Giusto, forse ciò che si era cercata di imporre a fatica non era la soluzione più semplice, era solo la strada da prendere per capire, per trovarsi sola e inizialmente impaurita davanti al fato apparentemente compiuto. C’era chi pensava che lei fosse fuggita da una realtà che non meritava il suo impegno, c’era chi la vedeva debole, ma sotto quelle vesti si nascondeva una donna che voleva emergere, da sola, padrona una volta tanto della sua vita, di prendere per sé delle decisioni, di viversi senza la paura costante di doversi aggrappare ad un appiglio al primo cenno di svenimento. Stava imparando pian piano, anche se qualcuno non l’aveva ancora capito. Scappare sì, forse da quella vita che non vedeva sua, ma che qualcuno aveva già sistemato per lei e mai nessuna motivazione l’avrebbe inchiodata lì, rassegnata.

Non aveva paura di star sola in quella grande città, piena di estranei, che si dondolavano stanchi tra un tram e l’altro in una giornata di lavoro. Lì, aveva da pochi mesi ricostruito brandelli di vita, la sua, quella che si sentiva pulsare dentro. Quanto tempo per varcare quella porta, per lasciare mamma, papà, Clara, che ancora piangeva al ricordo della sorella lontana; ma non erano pronti per starle accanto. Testarda, ripeteva, fino a quando non avessero approvato le sue scelte lei se ne sarebbe distanziata.

 CAPITOLO 3 – ANNA

I primi tempi aveva trovato insolito conforto al piano di sotto. Ci aveva sbattuto contro una di quelle mattine noiose di pioggia mentre frenetica come il suo solito, correva a lavoro. Faceva le consegne in un negozio di confezioni. Recapitava a domicilio pacchi di ogni sorta, di ogni contenuto. E in quel periodo aveva un bel da fare. Natale sbadigliava annoiato sulla porta quando la vedeva andar via.

Quella mattina, impacciata, l’inquilina del secondo piano era stata svegliata dal miagolio di Natale, rimasto chiuso nell’ascensore, a pochi passi dalla sua porta. “Sarà stato Andrea” pensava, “quel ragazzino deve smetterla di giocare con ogni forma di vita!”. Che a pensarci bene quel palazzo era pieno di personaggi insoliti.

Pochi passi uscendo dall’ascensore avevano sorpreso la fretta di Gloria che maldestra faceva precipitare il gatto. Anna, estremamente timida, non riusciva a costruire relazioni che durassero più di una telefonata con una centralinista.

Uno “scusami” con flebile voce, pazientò la fretta di Gloria, che fermandosi, incurante di Natale e fiduciosa delle sue doti feline, sembrò riconoscere l’inquilina, balbettando, concitata per la corsa, in un distratto linguaggio mattutino “Anna? Inquilina del secondo piano?”.

Quella frase, apparentemente disordinata, stampò un grosso sorriso in faccia ad Anna, che mai nessuno in quel palazzo aveva chiamato per nome; lei, la prima, l’aveva fatto e per di più con quell’aria sguaiata che la rendeva tanto amichevole.

Un incontro destabilizzante si direbbe, qualcosa per cui non potevano fare a meno di sorridere tutte le volte che tra una tazza di tea e una sigaretta ci ripensavano. Erano diventate amiche quella mattina, proprio così, ed era stato tutto merito di Natale, o di Andrea, chissà.

In quella città così grande, un’amica, ormai non più timida, si prendeva cura di lei, dopo una giornata nera, con tutta la tenera grazia che aveva maturato in quegli anni di solitudine. Ma anche Gloria, a suo modo curava le sue ferite.

La routine era instancabilmente monotona, ma ormai Gloria ci si era abituata; aspettava fiduciosa l’arrivo delle 6, la pittura, la sua prima regola di vita.

Tutte le sere avveniva una metamorfosi in quella grande stanza di via Pausati, e lì si sentiva lei, libera davanti ai suoi soggetti, nel suo incredibile mondo a colori. Le prime tempere le aveva comperate sua madre, quasi per scherzo, per gioco, per imbrattarsi un po’ insieme qualche pigra domenica pomeriggio. Poi erano diventate la sua gioia; quel piccolo scrigno produceva uno strano cigolio tutte le volte che lo apriva nella notte, scuotendo Natale affogato nella sciarpa di lana sul comodino, che insolente, stiracchiandosi, appuntava gli artigli alla camicia da notte di Gloria. Com’era impertinente quel gatto. Le ricordava tanto le giornate di sole passate nella casa di campagna, lontane dagli occhi ormai, quando mamma e Clara si bisticciavano per tenerlo in braccio. Adesso in quell’appartamento vuoto, era l’unico che le faceva tanta compagnia, piroettando con la coda, volteggiandola nell’aria, finendo poi per intrecciarla fra le calze di Gloria, mentre una goccia macchiava il pavimento di blu. Blu cobalto. Una S d’argento danzava leggera, colorando timide note di blu macchiato di verde sguardo felino nel grigio mattino.

CAPITOLO 4 -RITRATTI RUBATI

Da qualche giorno ormai, si era messa in testa di dipingere il signor Giorgio. “Lo vedi Anna, con quell’aria burbera, verrà fuori sicuramente un gran bel quadro – un quadrato carattere autoritario”; perciò la obbligava complice di quello spionaggio. Doveva documentarsi, come diceva lei, e poi da camera di Anna, c’era decisamente un’ottima visuale del salotto inzuppato dell’odore nauseabondo di sigaro cubano. Proprio un soggetto insolito quell’omuncolo che si faceva chiamare George, sostenendo di avere origini americane, che poi, non l’avrebbe dovuto inorgoglire affatto. Le sue pecche le aveva anche Gloria, oltre alla sbadataggine, aveva quella poco ortodossa fissazione di spiare, di indagare i suoi soggetti nelle loro più insolite circostanze; le piaceva dipingere così, ricercando il giusto attimo, quello calzante per vestire il suo personaggio di quelle strane abitudini che lo rendevano vera vita vissuta. Li studiava con estrema cura e dedizione. Nessuno capiva a fondo l’arte che liberava Gloria, ogniqualvolta intravedeva un gesto che in maniera eccellente rinnovava di piena vita l’altresì immobile carta.

Era capace di dipingere tutto in maniera sbalorditiva, col tocco leggiadro e fiero di una pennellata.

Aveva conosciuto Carlo a scuola di pittura. Primo soggetto quotato per il nudo artistico, era il preferito anche della signora Lenzi, docente di laboratorio sperimentale visivo.

Avevano iniziato a frequentarsi al di fuori delle lezioni della Lenzi. Parlavano per ore ed ore. E per qualche mese Natale aveva dovuto dividere il letto di Gloria anche con lui. Si incontravano di notte, perché, come diceva lei, preferiva dipingerlo con la luce artificiale. Il loro rapporto era strano. Come se Gloria non avesse avuto più voglia di parlare con lui, dipingerlo e basta. Desiderava solo dipingerlo. Non riusciva più a discriminare, l’amore artistico tracciato su tela, dall’amore fisico che si scambiavano dopo la sua estenuante fatica. Forse anche in quella circostanza lei lo pensava soggetto dei suoi quadri. Forse non era mai stato “Carlo”. Lui si era divertito solo all’inizio. Incuriosito, si era prestato a quel gioco; seduzione fisica per lui, travolgente ondata artistica per lei. Ma adesso si era stancato, non voleva più esser messo su quello scomodo piedistallo; e non accettava l’idea di doversi rivestire la mattina, in quel letto che aveva perso già da qualche ora l’odore di Gloria, solo, talvolta inquadrato dallo sguardo assonnato di Natale, ricordandolo solo in biglietti stropicciati che Gloria gli lasciava sul cuscino. Ben lontani da un dolce “buongiorno amore” che si sarebbe meravigliato di ricevere. Solo date, orari, prossimi incontri. No, lui non ci stava più; Gloria doveva capire. Lui non voleva più essere solo il suo soggetto artistico. Se ne andò con quell’idea in testa quella mattina.

Erano già passate le 10 da 14 minuti. Ma Carlo ancora non si vedeva. Gloria iniziava a preoccuparsi, e ansiosa, ticchettava il pennello, intessendo strane scie di colore sulla tavolozza. 10 e 15. Niente. 10 e 30. Ancora niente. Le lancette segnavano pesanti i minuti.

Orologio a pendolo.

La sua casa era piena di pezzi d’antiquariato. Amava perdersi nel ricordo di storie passate, in vecchie vite, strade, case. Invecchiati, quegli oggetti, pescati in inquiete mattine di acquisti in un qualsiasi mercato d’antiquariato, nella sua casa si vestivano di tutt’altre luci.

 

“Se non viene avrà avuto i suoi buoni motivi” – pensava. “Ma dovrà anche spiegarmeli”.

Era insolitamente seccata da quel ritardo. Ma lui non sarebbe venuto, non si sarebbe presentato a quegli incontri, per un bel po’.

 

Perché così tanto fastidio non se lo riusciva a spiegare.

“Bene se Carlo non viene, andrò da Anna”- chiuse la porta di scatto dietro di sé, che già le scarpette pesticciavano il pianerottolo. Anna si presentò alla porta con aria di meraviglia. Lunedì sera. Gloria di libera uscita? Questa cosa suonava strana. La fece entrare senza proferir parola. Una volta in cucina, azzardò una domanda, anche se vedeva che un leggero disappunto aggrottava la fronte dell’amica.

“Che hai?”- le disse, “Carlo non c’è?”

L’amica conosceva bene i loro appuntamenti. Come non conoscerli? Gloria perennemente sulle nuvole, riusciva in questo caso ad essere incredibilmente metodica. La sua apparente confusione era molto ben organizzata. Chissà come ci riusciva.

“No, Carlo penso che non verrà stasera”

-pausa-

”Forse non si vedrà per un po’” all’unisono le due amiche.

Una breve risata rilassò quell’atmosfera un po’ tesa.

“Perché? Lo pensi anche tu?”- borbottò Gloria, tristemente rassegnata all’idea.

“Beh, ti parlerò con sincerità, anche se penso ti sarai già accorta”-….-”va avanti, i convenevoli sai che non li sopporto” – incalzava Gloria già più superba.

“Non voglio farti innervosire, lo sai, e sappiamo bene tutte e due” – non riusciva proprio ad evitare giri di parole Anna – “quanto tieni alla pittura, ma da qualche mese non parliamo più del nostro “amico” George, o della signora del 3 piano, o di chissà chi altro, ora c’è Carlo, e tu dovresti smetterla di trattarlo come una semplice natura morta.”

Oddio, da dove erano uscite tali parole? Anna? Sicuri fosse lei a pronunciarle?

Dopo aver concluso la frase si rese conto di come ciò le era uscito dalla bocca, in una maniera sconsideratamente irruenta per i suoi modi, già pentita pensando alla reazione che avrebbe avuto Gloria.

Nulla di quello che si era immaginata, solo una valanga di lacrime salate bagnarono la bocca dell’amica.

“Lo so, hai ragione” – singhiozzava – “non dovrei trattarlo così, ma non riesco, è più forte di me, è come se gli occhi divenissero ciechi davanti a Carlo e si abbandonassero solo alla sua forma.”

Oddio, tutto ciò era ancora più incredibile. Quell’inattesa reazione aveva fatto vacillare le decise parole di Anna.

“Non volevo dire questo” – cercava di rimediare senza risultati l’amica.

“No, no, ma tu hai ragione Anna, sono diventata insensibile agli affetti delle persone, sono un mostro assetato solo di colori”– ripeteva piangendo Gloria.

 

Nelle ore successive, passate sotto le coperte, sola in quella camera che le sembrava incredibilmente vuota, Gloria si lambiccava il cervello per capire cosa fare con lui; ma forse in verità non le interessava tanto come si sarebbe evoluta la situazione. Nessun come, bensì il perché di tutta quella strana vicenda. Si addormentava senza esser riuscita a organizzarsi uno straccio di decisione.

La mattina la sveglia il suonò puntuale; Natale miagolava già in fondo alle coperte, cercando di lasciar evaporare il tepore notturno con quella testolina fastidiosa. Nemmeno il caffè poteva risvegliare i sensi assopiti nella notte, in quel maledetto martedì mattina, immobilizzata dal freddo avrebbe dovuto fare mille consegne. Nessuna voglia apparente. Rapida si vestì ed uscì, dimenticandosi la colazione di Natale, l’unico, seppur  fastidioso, che si era ricordato di lei quella mattina.

CAPITOLO 5 – L’AMERICA

Arrivò con tal anticipo al negozio che lo trovò ancora chiuso.

“Beh, mi concederò un altro caffè” – pensò tra sé e sé – “potrà solo sollecitare il mio risveglio.”

Quella mattina sembravano tutti indaffarati, tanto da non far caso a lei, che non era neppure riuscita ad attirare l’attenzione del barista.

Che strana giornata si dispiegava.

Con una buona dose di caffeina nelle vene, adesso Gloria era pronta ad affrontare qualsiasi cosa, o quasi. Perché i guai non vengono mai da soli. Quale strano caso poteva peggiorare la giornata? Francesco.

Partito 8 mesi fa per l’America, stava tornando a casa e voci del paese l’avevano preannunciato, anticipandolo sul tempo. Lui sarebbe tornato da Gloria, che aveva lasciato mesi prima per andare in America a pianificare il suo futuro, un progetto che aveva in ponte da anni, l’occasione della vita, proprio lì, davanti ai suoi occhi, incredibilmente tangibile, un biglietto aereo andata e ritorno, pochi mesi fuori casa, la risoluzione del progetto, giusto il tempo di lasciarlo avviare e sarebbe tornato indietro, con un bel po’ di soldi, sicurezze e grattacapi in più. Forse Gloria non ci sarebbe più stata però.

Avevano discusso a lungo. Lei, nonostante i ripetuti inviti non aveva accettato di partire e lui, terribilmente a malincuore aveva raggiunto gli affari ma nella testa sempre lei; l’aveva fatto per lei, per sposarla e offrirgli il suo futuro migliore. Ma Gloria non lo aveva capito, non lo capiva ancora come si erano potuti lasciare andare, rimanendo in sospeso, sicuro lui di come sarebbe tornato, un po’ meno lei di come l’avrebbe riaccolto. 8 mesi erano stati lunghi, ne erano successe di cose. La partenza, il suo trasferimento, il nuovo lavoro, la nuova casa, le nuove amicizie; la vita di Gloria si era completamente trasformata, proprio come lei, che quasi non si riconosceva, per indossare nuove e meravigliose fattezze. Lui era partito lasciando a Torretta il cuore, fiducioso di ritrovarlo intatto.

Dicembre. Aria fredda, percorreva i polmoni. Quasi bloccava il respiro. Quel cappello desiderato per settimane, adesso addormentava i pensieri di Gloria, dandole un’aria insolitamente affascinante. Quanto era bella. Ma lei neppure ci faceva caso e scappava di fretta a lavoro.

Erano passate settimane e il silenzio di Carlo perseguitava ancora i capricci di Gloria. Quante volte avrebbe voluto piangere; non capiva perché aveva chiuso la bocca quella sera, lasciando scappare quel soffio di brezza fresca e pulita. Cosa voleva? Cosa poteva volere di più? Di più di lui? Aveva paura di ammettere che sarebbe stata davvero bene anche da sola. Nessuna briglia, nessuna catena, nessun Carlo, né tantomeno Francesco. Lei non sarebbe diventata quella che volevano gli altri. Era già Lei. Non aveva bisogno di nessuno che glielo dicesse. Che glielo ricordasse. Mille cose da fare come ogni mattina. E sarebbe arrivata a sera esausta.

Un appuntamento di lavoro alle 10.

“Gloria? La cercavo per avvertirla che sarò in leggero ritardo. Potrebbe raggiungermi all’Emporio? Dovrei mostrarle alcune modifiche per la fiera. Niente di particolarmente impegnativo, solo qualche ordine in più all’azienda Coletti; ma avrei bisogno che si recasse là in persona prima. La aspetto al magazzino dell’Emporio. Mi raccomando si ricordi di ordinare tutto.”

Si ricordi, faccia, mi raccomando, si sbrighi. Quante pretese! Aveva anche una vita propria, non era solo testa-ordini-e-consegne. Ma il capo faceva estrema fatica a capirlo. Anche se quell’estremo rispetto con cui si rivolgeva a lei era totalmente inopportuno a volte. 

Corri, corri, corri, poi gira la testa.

E improvvisamente le venne in mente la discussione avuta poche settimane prima con mamma e Clara sull’arrivo di Francesco. Proprio quel giorno, il giorno del leggero ritardo, dell’Emporio, dei pacchi, della fiera, no, proprio quel maledetto giorno pieno di scatole in testa era il giorno di Francesco. Aveva sperato in quel momento da una vita, aveva sofferto e forse senza volerlo mai ammettere, aveva sperato che lui tornasse da lei, per vedere di organizzare di nuovo gli spazi tra di loro, che adesso si trovavano agli antipodi del lenzuolo disteso sull’erba. Ma lui, non avrebbe mai potuto scovarla. Era lontana ormai, e Clara e mamma le avrebbero retto il gioco, almeno per quanto pensasse lei. 

Non riusciva a crederci, aveva ultimato tutto il lavoro. Consegne, emporio, fiera, emporio, ordini, consegne. Ma ancora niente dal fronte americano. Musica, un po’ di jogging le avrebbero fatto bene.

 CAPITOLO 6 – TURCHESE

 Nella notte aveva sognato di guerrieri fantastici che si asciugavano il sudore misto a sangue sulla fronte; aveva sognato di mondi sconosciuti ma accoglienti ai quali avrebbe voluto appartenere, aveva sognato di mille notti passate senza lui al suo fianco, solo nella testa, per farla impazzire di nuovo senza chiedere, senza aver neppure tempo di pensare. E si capovolgevano impazienti e furiosi quei pensieri, come labbra sulle sue. Ma stavolta non era riuscita a far esplodere quella misera passione che la animava tutte le volte che i suoi occhi le si posavano addosso, distrattamente innamorati. Stanotte aveva avuto timore di lui, di quello che le stava offrendo, sicura che tutto ciò che si era immaginata, facesse parte di un bizzarro sogno, che nello spazio di una mezz’ora l’aveva lasciata avvilita e stranamente stanca al risveglio, accanto a lui, in quel letto che per tutta la notte era stato l’Inferno misto al Paradiso. Ma adesso era il Purgatorio che le faceva molta paura. Non aveva paura di un Inferno caldo che sciogliesse i suoi dolori e mandasse in fiamme le sue folli voglie. E neppure di un bianco Paradiso che si prendesse cura delle sue corse affannanti, dei suoi strazianti pianti, delle sue grida disperate rivolte forse adesso, solo ad un bellissimo fantasma di sabbia, scappato alla fragile morsa che cercava di imbrigliarlo per sempre a lei.

Avrebbe raccontato di mille giorni splendidi insieme, di mille notti passate a giocare con l’amore senza farlo, di mille sguardi che le avevano spezzato il fiato, di mille sofferte carezze che l’avevano riportata ancora una volta a casa, da lui, nei suoi occhi, nelle sue unghie, nella sua pelle graffiata dai dolori. Ma non erano mille quei giorni, sarebbero stati forse una manciata, tutti gli altri erano frutto del suo spiccato amore, ormai forse già annoiato di quel gioco.

 

Il giorno dopo si svegliò con la voglia di correre, urlare, cantare al vento senza aspettare il proprio turno, stonando e andando fuori tempo. Proprio non le interessava. Si sentiva leggera. Sentiva di avere un sacco di tempo a disposizione, che il Tempo era lì per lei e che tutti erano lì per lei solo se lo avesse desiderato. Vedeva superfici. Prima ascoltava il verde e il blu che le passavano davanti agli occhi, poi imboccava la strada del celeste, ma le sembrava troppo tenue e ripeteva nuovamente, pedissequamente il blu e poi di nuovo il verde e allora, prendendo confidenza di nuovo, azzardava il turchese e adesso le sembrava geniale come colore, le sembrava una tonalità, la tonalità del suo momento. Tra sé e sé continuava a ripetersi che doveva portare quel turchese un po’ qua e un po’ là. Poi lo sporcava con tinte chiare e veniva fuori qualcosa di dolce. Senza paura dipinse attraverso quel turchese macchiato tutto il giorno. E alla fine si sentì esausta del suo lavoro. Si accese una sigaretta e si mise davanti alla finestra. Contemplava, aspettava che qualcosa succedesse dall’America. Una foglia sulla strada saltellava indietro portata dal vento fino al parcheggio delle biciclette, la moglie del fornaio tornava a casa con la busta piena di cose buone da mangiare, che quasi Gloria assaporava il gusto della farina impastata a mano. Poi il marito di Selene, sempre con quell’aria scocciata anche di domenica sera, quando si suppone dovrebbe essere stata una giornata rilassante e dannatamente libera dagli impegni. Ma le smorfie sulla sua faccia, ormai rughe, raccontavano qualcosa di diverso. Una melodia lontana, il suono di poche note ripetute al pianoforte, magari il dirimpettaio e Natale che si strusciava lieve alla porta. “Beh, che vuoi? Vieni qui, e dimmi che vuoi.” Natale la guardava ancora più stranito, stordito dalle sue parole. “Vorrei…. – sì, vorrei un po’ di coccole” – canticchiava Gloria scimmiottandolo biecamente. Lo prese in braccio e si rimise alla finestra. “Tutto qui?”- borbottò severa. Poi uno schiocco sonoro sulla testolina e Natale si raggomitolò a spirale, godendo del tenero abbraccio.

E iniziò a pensare. Intenerita, si ricordò di come aveva ricevuto quel piccolo impertinente. Una fredda notte di natale, forse il primo che passava da sola in quella città. Le otto, era decisamente triste cenare da soli in casa. Nessuno. La città addormentata. Solo neve fuori dalla finestra. Francesco lontano, apparentemente irraggiungibile. Si sentiva lasciata sola, di nuovo. Lui era partito, appena partito per il lungo viaggio. La mattina c’era stato freddo nel cuore di entrambi, forse più in quello di lui, lei aveva deglutito, prima piano poi con più forza per sentir meno dolore. E aveva deciso di voltare pagina forse proprio in quel momento in cui si sarebbero dovuti allontanare fisicamente. Una parte di Gloria voleva abbandonare tutto. Ma forse era troppo presto.

Le otto e dieci.

Il campanello.

Possibile? Chi mai poteva essere la sera di natale, solo neve fuori, nessun modo per raggiungersi e nessuna visita aspettata? Natale quella notte di natale fu davvero inaspettato.

CAPITOLO 7 – UNA BREVE PASSEGGIATA A TELEFONO

Si riscoprivano e si trovavano diversi. Diversamente uniti adesso da un legame lontano. Che quello fosse amore? Che quello fosse l’amore che Lei intendeva? Perchè doveva continuare a soffrire in quel modo? Per quel Suo strano modo? Non era quello ciò che voleva ma smetterla di intestardirsi e lasciar finire tutto? Partire di nuovo.

“Smettila adesso, non puoi avere ogni 2 secondi queste altalene emozionali. Smettila davvero per l’amor del vino”. Più volte lui le aveva fatto paura con questa sua vocetta grossa, come se piano piano si ergesse in capo ai suoi pantaloni legati con dello spago in vita e spuntasse il suo ghigno dagli stivali sporchi di polvere e menzogne. Corrodeva quel suo senso acidulo di beltà, quella splendida e candida smorfia sul viso, proprio sopra la narice destra, che la faceva odorare di verde bosco e giallo grano. Questa volta proprio non ci voleva, di nuovo quel maledetto pensiero di mollare tutto. Erano stati bene insieme, trascorrendo quei giorni, anche se a piccoli soffocamenti emotivi della pompa mitrale, il piccolo cuore era riuscito ad uscirne sano e salvo, di nuovo, contava adesso le battaglie americane passate e forse perse ormai. Cucchiaio simmetricamente inquadrato nell’angolo sinistro del lavabo, ancora succhiato e sporco di zucchero bollito ore sul fuoco. Marmellata. Quella sera decise di farne un paio di barattoli. Non aveva sonno, girandosi e rigirandosi aveva schiarito i pensieri, adesso pronti per bollire un paio di ore in pentola. Chiudilo a chiave, una voce, lascialo andare, l’altra, non farà mai niente di male, e poi ancora, ti ama a modo suo. Un susseguirsi di fantasmatiche vocine nella sua testa.

A modo suo iniziava proprio a volerlo comprendere.

CAPITOLO 8 – LA DECADENZA

Colazioni di città. Punto. Colori di città. Punto. Continuava a pensare a quel caffè color dell’oro bruciato, che quasi sentiva in bocca nel sapore di chicco tostato. Quella mattina si era svegliata ed era subito andata nel piccolo soggiorno. In quella casa rimaneva poco spazio ormai per lei e Natale, tutto trasudava di loro. Carlo. Poi Francesco. Un cucchiaio bruciato della luce del sole a metà, perché i presentimenti climatici erano pressoché incerti, un piccolo piatto turchese con una fetta biscottata integrale alla marmellata di more, e il piccolo morso distratto di lui e confuso di lei su di essa. Una tazza beige color caffè. Questa era la colazione che lui le aveva lasciato sul loro tavolo bianco di cucina. E qualche macchia qua e la. Era un morbido e tenero cialtrone, lo sapevano in due. Lei, quella mattina, si era innamorata di nuovo, come faceva molto spesso da quando era tornato, di ora in ora. Dal suo piccolo appartamento in città, che adesso era diventato il loro, si vedevano cime appuntite con teneri camini, fumosi e chiacchieroni, tegole rosso fuoco appena spento con schizzi di fuliggine qua e là e persiane grigie, poi verdi, poi timidamente arancio, specchiandosi nel color ocra dei palazzi circostanti, quasi a dire, completamente e pienamente intrise del sapore degli angoli più nascosti della città. Un passo a piedi scalzi e la coda di Natale a solleticare le gambe nude. Buona giornata Gloria. Era il giorno della decadenza.

Aveva in testa la voglia di ascoltare. Per 5 minuti esatti stette distesa a fissare il soffitto, rimanendo immobile nel letto e concentrandosi su rumori impercettibili e percettibilmente assenti. Pian piano che passavano i minuti si rendeva conto di affinare l’udito e di distinguere in angoli nascosti della casa movimenti insoliti. Le piacque il rumore della mattina. Poi si alzò, andò in bagno e si stirò in tutta lunghezza come aveva imparato a fare da Natale. Facevano ginnastica insieme la mattina. Uno, due e tre. Un altro rumore. Poi di nuovo. Come una lieve melodia aveva preso chissà quale strano gusto nell’ascoltare ed assaporare i suoni della casa vuota quella mattina. Solo lei, Natale e i rumori del risveglio. Gocce d’acqua che scivolano sul vetro, cotone che tampona la pelle, piedi che lasciano morbide impronte sul legno, assi che si sciolgono, sportello aperto, mani che strofinano carta, barattolo che si apre, acqua che scorre. Polvere di caffè sul tavolo, suono metallico, fuoco. Fischio. Vapore all’odore di caffeina che si sparge per casa. Movimenti sinuosi di felino. Suono sordo. Era già tardi per la sua colazione.
Accese il computer sopra la scrivania, mentre a grandi boccate di vapore misto a caffeina, buttava giù il rito della mattina. Nella stanza un leggero suono diffuso di sottofondo, vestiva le pareti di colori tenui, pastello, addensandosi in tinte forti ad ogni archetto di violini. Era martedì mattina e Gloria stava ascoltando la sua radio preferita che passava i suoi pezzi preferiti. Tutto stava andando in maniera ordinaria; un delizioso caffè in tazza bianca, una splendida goccia a macchiare di latte, la musica in terapia giusta, tutto stava andando molto bene. Si sedette alla scrivania, con gesto rapido e ansioso si apprestò a controllare la posta elettronica. Inutile-inutile-cestino-inutile-cestino-cestino-inutile. Poi, come a farsi spazio tra la folla indisponente e corrosiva che attanagliava la sua casella email, una unica, di quelle che di rado saltano fuori, nel martedì giusto. Oggetto -bando per artisti emergenti-gallerie d’artista. La comunicazione breve e telegrafica riportava:
”Ai residenti nel territorio, presentiamo la possibilità di ottenere un posto d’onore durante l’evento che radunerà artisti di fama mondiale del panorama pittura-scultura. Se intendete partecipare al bando di concorso, iscrivetevi entro e non oltre il mercoledì successivo alla presente comunicazione, compilando il form che troverete al seguente link. Daremo pronta conferma dell’avvenuto processo di selezione e forniremo ulteriori dettagli di procedura ai soggetti ritenuti idonei”.
Non c’era tempo da perdere. Compilare il form, fare un estremo, profondo respiro e comporre quel numero, sperando che Carlo fosse ancora intenzionato a rispondere alle sue chiamate.
Dai Gloria chiamalo – si ripeteva tra sé e sé – è un’occasione per tutti e due. Se non ti risponde cercherai un altro modello. Ben dieci minuti passati a ripetersi in testa quei due versetti prosaici.
Poi finalmente prendendo coraggio, alzò la cornetta. Un primo ”tuuu”- ci siamo – cuore in gola, un secondo e più intenso ”tuuuuuu”- pronto – un tono garbato la scaraventò prepotentemente fuori dalle sue paraboliche paranoie.

 

CAPITOLO 9 – GIORGIO o GEORGE

 

Giorgio fumava sigari cubani. Ma si faceva chiamare George dai suoi pazienti, sostenendo di avere chiare origini americane. Era uno psicoterapeuta. Teneva sedute solo in casa sua, nel suo salotto, precisamente, così ben esposti alla vista di Gloria, in grado di dipingerli. Amava vestirsi come un personaggio del secolo passato. Sarebbe stato molto semplice per chiunque poterlo paragonare a Theodore Roosevelt, se non fosse altro per quei baffi troppo beffardamente daliniani. Chissà perché amasse così tanto curarli, ingannando perciò della sua apparenza così lontana dal suo reale profilo, un uomo repubblicano americano del 1900. Quel tocco di stravaganza, nascondeva molti segreti, proprio come la sua personalità.

Viveva nel palazzo di fronte a Gloria. Non l’aveva mai incontrata, mai neppure vista per un attimo, ma lei sapeva tutto di lui, e dei suoi pazienti. Aveva una scatola piena di ritratti, tutti i clienti che passavano dal salotto di George erano stati ritratti senza chiederne il minimo permesso. Un gioco molto pericoloso, se qualcuno l’avesse scoperto. Gloria si era messa in testa che avrebbe voluto presentare tutta la raccolta di ritratti rubati, insieme a Carlo s’intende, lui doveva essere il soggetto principale, loro sarebbero stati i convenevoli contorni, da presentare a qualche personaggio illustre per la grande serata. Aveva bisogno di lui, e aveva bisogno di loro. 

“Ciao Carlo, sono Gloria”

 

“Ciao Gloria, come stai?” – davvero? Stava chiedendo sul serio? Non era neppure un minimo arrabbiato con lei? “So che è tornato, beh, sono felice che siate riusciti a ritrovarvi di nuovo”. 

 

“Sì, beh, è tornato da pochi mesi, sai non so ancora bene descrivere, è successo tutto così in fretta, ma credo di essere felice” un silenzio insolito “adesso, sì adesso diciamo che Francesco è tutto ciò di cui ho bisogno”.

“Sono contento”

 

“Grazie.”

 

Quella telefonata stava diventando ridicola. Dai Gloria, arriva al punto. Basta convenevoli, basta stringate verità al sapore di menzogna e pistacchio. 

 

“Sai, ti chiamavo perchè vorrei proporti una cosa” dai, continua ci siamo quasi “tutta roba sulla pittura si intende”. 

 

“Ma sì perchè no.”

 

Silenzio. 

 

“Quando me ne parli?”

Silenzio.

“Dove sempre alle 8?”

 

Breve silenzio. “Sì, okay” 

 

“Ciao Carlo”

 

 

 

 

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